INTERVISTE AL DIRETTORE SUL SUDAFRICA

Sullo sciopero in Sudafrica, intervistato da Patrizia Alberici, si visiti il sito del GR1 http://www.radio.rai.it/grr/archiviogr1.cfm

Sui Mondiali, intervistato da Baobab, si visiti il sito di Baobab http://www.radio.rai.it/radio1/baobab/view.cfm?Q_EV_ID=316369

Sul Sudafrica, intervistato da Radio1 Voci dal Mondi, si visiti il sito di Voci dal Mondo http://www.radio.rai.it/radio1/rubriche/view.cfm?CodeNot=60411&Q_PROG_ID=443&Tematica=7&Testo=Voci

Sul Sudafrica, intervistato da Radio3 Mondo, si visiti il sito di Radio3 http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-46afea43-1082-4bf9-a0c7-79f3a3a3c667.html?refresh_ce

IL PLATINO SUDAFRICANO FA GOLA ALLA CINA

Post tratto dal blog “http://storiasudafrica.wordpress.com

La Repubblica Popolare Cinese, sempre affamata di materie prime per le sue industrie, investirà quasi un miliardo di dollari nell’industria del platino sudafricana. Com’è noto, con le sue 170mila tonnellate annue di platino il Sudafrica è di gran lunga il primo produttore mondiale del pregiatissimo metallo, che non serve solo ai gioiellieri di mezzo mondo ma anche alle industrie chimiche ed elettroniche.

Grazie all’accordo stipulato tra la compagnia mineraria statale Jinchuan, la China Development Bank e la sudafricana Wesizwe Pechino potrà contare, per la prima volta nella storia, su un accesso diretto alla produzione di platino del Sudafrica. In realtà i cinesi non sono i soli a muoversi in questa direzione: recentemente la kazaca ENRC ha acquistato il 12% delle azioni della Northam Platinum, altra produttrice di platino sudafricana.

INDONESIA, POTENZA DEL FUTURO ?

Con i suoi 243 milioni di abitanti (CIA) l’Indonesia non è solo il Paese musulmano più popoloso del mondo (il Pakistan, secondo, ha circa 177 milioni di abitanti), ma una potenza economica in divenire. Attualmente il PIL indonesiano supera il mezzo trilione di dollari, trecento miliardi in meno dei Paesi Bassi, che colonizzarono l’arcipelago nel Diciassettesimo Secolo. A parità di potere d’acquisto, tuttavia, l’economia indonesiana sfiora il trilione di dollari, superando Paesi di più antica industrializzazione come la Turchia, l’Australia, la Polonia o gli stessi Paesi Bassi.

L’economia indonesiana sta vivendo un vero e proprio boom. Parte del merito va anche al suo attuale presidente, il generale Susilo Bambang Yudhoyono. Nato a Pacitan (nella parte orientale di Giava) il 9 settembre 1949, lo stesso anno in cui i Paesi Bassi riconobbero ufficialmente l’indipen-denza, SBY è visto da gran parte dei suoi concittadini come un politico serio e onesto, distante anni-luce da Suharto, sanguinario padre-padrone dell’arcipelago dal 1967 al 1998. Nel 2004 ha trionfalmente vinto le presidenziali promettendo un’Indonesia più giusta, pacifica, prospera e soprattutto democratica; nel 2009 è stato riconfermato a fu-ror di popolo.
SBY, “il generale pensante”, gode della stima dei suoi concittadini perché è un nemico giurato della corruzione, della collusione e del nepotismo (KKN), i tre mali che storicamente affliggono l’Indonesia, impedendo al gigante del Sudest di decollare. Inoltre grazie al suo passato nell’esercito SBY sa tenere sotto controllo le forze armate, per decenni il pilastro della dittatura suhartiana.

Negli ultimi cinque, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, il suo tasso di crescita annuale non è mai sceso sotto il 4,5%, e quest’anno dovrebbe addirittura superare il 6%. A trascinare il PIL sono i consumi interni, il vero motore dell’economia indonesiana, che ha continuato a tirare anche nel bel mezzo della recessione globale (risultati analoghi possono essere vantati, nel G20, solo dall’India e dalla Cina, le due superpotenze asiatiche). Sempre più indonesiani stanno comprando una casa o un mezzo di trasporto: non a caso le vendite di auto e cemento a maggio hanno toccato un nuovo, significativo picco. Il governo, da parte sua, preme sul pedale della crescita varando nuovi, imponenti piani infrastrutturali, che oltre a modernizzare l’arcipelago creano occupazione e fanno la gioia degli imprenditori locali. Jakarta ha beneficiato, nell’ultimo decennio, del rincaro delle materie prime, che costituis-cono la prima voce dell’export indone-siano. Principali clienti sono il Giappone, gli USA, Singapore, la Corea del Sud, la Cina e l’Australia, ma anche l’Italia: basti pensare che la gran parte della carta usata dagli editori italiani proviene proprio da foreste indone-siane.
E la Bursa Efek Indonesia, negli ultimi tempi, ha brillato, confermandosi come una delle più promettenti piazze finanziarie del mondo (anche se sono in molti a denunciare la sovracapitalizzazione delle società quotate, e l’assai concreto pericolo di una bolla speculativa).

Ormai sono numerosi gli economisti e i politologi che vedono nell’Indonesia una delle prin-cipali potenze economiche del futuro, grazie anche alla sua posizione geografica ottimale: a nord ci sono le potenze industriali asiatiche per antonomasia (Cina, Giappone, Sud Corea e Taiwan), a ovest c’è l’India, a sud l’Australia, a est (molto a est) la West Coast statunitense. Democratica quanto l’India, più popolosa del Pakistan e ricca di materie prime come il Brasile, l’Indonesia attira già ora capitali da tutto il mondo, soprattutto delle petromonarchie arabe, che vedono nell’Indonesia un Paese affine (sul piano religioso) dalle immense poten-zialità (sul piano economico).

Naturalmente l’Indonesia ha molte sfide da dover affrontare e superare. Una di queste è il terrorismo islamico, che ha più volte ha colpito l’arcipelago, a cominciare da Bali, isola a maggioranza induista nonchè mecca dei turisti occidentali. Un’altra sfida, ancora più importante, è quella della disegua-glianza: a parità di potere d’acquisto il PIL pro capite indonesiano è inferiore a quello dello Swaziland o dell’Honduras (CIA), e troppi cittadini vivono in condizioni a dir poco terrificanti, che a loro volta alimentano la frustrazione e il fanatismo religioso (non bisogna dimenticare che oltre il 28% della popolazione indonesiana ha meno di 15 anni, una percentuale simile a quella iraniana).
La cattiva politica rappresenta un’altra grande minaccia al benessere indonesiano. Di recente forti (e ingiuste) pressioni politiche hanno costretto Sri Mulyani Indrawati, abile ministro delle finanze, a dimettersi e accettare un incarico alla Banca Mondiale. SBY l’ha p sostituita con un banchiere di fama internazionale, Rakyat Merdeka, un brillante tecnico che ha promesso di combattere la corruzione e l’evasione fiscale con lo stesso impegno di Indrawati.

fonti: CIA, IMF, Newsweek, Tempo, IDX, Presiden Republik Indonesia, TIME, LAT, NYT, Reuters, FAO, WB, IMF

INTERVISTA DEL DIRETTORE A VANITY FAIR

Gabriele Catania è stato intervistato da Vanity Fair sulla situazione iraniana. Per leggere l’intervista si veda Vanity Fair n° 7 24 febbraio 2010 pagg 56-57

COMMENTO DEL DIRETTORE SUI RECENTI SVILUPPI

Nell’articolo del giornalista de Il Giornale Marcello Foa “Iran, ora l’America alza la voce: ‘Pronti a bombardare le centrali’ “ si può leggere un commento del Direttore in merito:

«Tra pochi giorni le Guardie svolgeranno imponenti esercitazioni militari nello stretto di Hormuz», ricorda al Giornale Gabriele Catania, direttore del Comitato per gli Studi Geopolitici e autore del bel saggio Petrolio Shock. La crisi energetica dalle guerre di Bush alla polveriera iraniana (Castelvecchi editore). Proprio l’anno scorso in gennaio si verificò un incidente tra unità militari americane e battelli veloci iraniani, che solo per un soffio non sfociò in uno scontro armato.
«Gli americani hanno già fatto sapere che non tollereranno alcuna limitazione al traffico nello stretto, da dove transita quasi tutto il petrolio del Golfo, mentre è noto che Teheran in caso di un raid contro le centrali nucleari, farebbe scattare una ritorsione immediata proprio nello Stretto», aggiunge Catania.

L’Iran e la bomba, gerovital dei dittatori

Tratto da Aprileonline.info

Geopolitica Forse la leadership iraniana vuole davvero la bomba atomica. Il suo obiettivo però non è distruggere lo stato ebraico, ma preservare il loro dominio cleptocratico

Il 6 novembre il quotidiano britannico “Daily Mail” ha pubblicato un articolo dal titolo clamoroso: “L’Iran ‘potrebbe aver già collaudato testate nucleari avanzate’ “.
Forse Teheran vuole davvero la bomba atomica. Ma non per distruggere lo Stato di Israele, a dispetto dei farneticanti discorsi del presidente Ahmadinejad (che in mancanza di argomenti migliori eccita il suo rozzo elettorato con una bieca propaganda antisionista e negazionista). Teheran vuole la bomba atomica perché è un’assicurazione sulla vita.
Lo stesso Robert Gates, attuale segretario alla difesa statunitense, lo ha riconosciuto: “[gli iraniani] sono circondati da potenze con armi nucleari: il Pakistan a est, i russi a nord, gli israeliani a ovest e noi nel Golfo Persico”.
I leader iraniani sono terrorizzati, anche se non lo danno a vedere. Si ricordano benissimo che nel 2003, mentre al potere c’era il presidente riformista Khatami, gli americani hanno invaso l’Iraq con la scusa menzognera delle “armi di distruzione di massa” (WMD). E si ricordano anche che nei mesi precedenti all’invasione i neocon amavano dire a Bush che “chi ha davvero cojones non va a Baghdad, va a Teheran”. Inoltre sanno benissimo che forze di terra americane sono presenti in Iraq e soprattutto in Afghanistan (due paesi confinanti con l’Iran), e che Washington ha basi e strutture d’appoggio in Turchia, nel Golfo Persico e nell’Asia centrale.

Chiunque abbia mai giocato a Risiko o a un qualsiasi altro gioco di strategia sa che quando il tuo avversario circonda la tua provincia con tanti piccoli carri-armati verdi è il caso di iniziare a preoccuparsi.

I leader iraniani forse non hanno mai giocato a Risiko, ma senza dubbio sono molto preoccupati. Sanno che il popolo iraniano è stufo delle loro continue ruberie, della corruzione diffusa, dell’economia che non funziona. Le rivolte scatenate dalla contestata vittoria elettorale di Ahmadinejad a giugno hanno dimostrato quanto sia fragile il regime, che infatti vorrebbe spostare la capitale: non più Teheran, con i suoi coraggiosi giovani telefonino-muniti e la sua plebe indocile, ma una roccaforte blindata da qualche parte tra Qom e Delijan. Birmania docet: meglio Naypyidaw che Rangoon, meglio un imperscrutabile “gated community” governativa di una metropoli vivace e ribelle.

Ormai la teocrazia iraniana è una cleptocrazia conclamata in salsa nazional-religiosa: Rafsanjani, capo del Consiglio per il discernimento e presidente dell’Assemblea degli Esperti, è l’uomo più facoltoso dell’Iran; il generale Nurali Shushtari, ucciso nella recentissima “strage dei pasdaran” a Zahedan, era non solo un uomo di punta delle Guardie della Rivoluzione, ma un imprenditore ricco e potente; e persino la Guida Suprema Khamenei, ammalata di cancro, briga per lasciare il posto al suo secondogenito Mojtaba, che si è particolarmente distinto nella repressione delle rivolte.

I leader iraniani conoscono la storia patria, soprattutto il colpo di stato organizzato dalla CIA contro Mossadeq. E sono consapevoli che una grande rivolta popolare, sostenuta dalle intelligence angloamericane e dai media internazionali, potrebbe trascinarli per sempre nella polvere. Perderebbero tutto, i soldi e le donne come i privilegi e le immunità.

Conoscono il destino degli sconfitti: Saddam Hussein alla fine è stato processato e giustiziato; ma se avesse davvero avuto le famigerate WMD, probabilmente sarebbe ancora in uno dei suoi palazzoni kitsch, a ingozzarsi di hamburger e patatine fritte (il suo cibo preferito) e a ordinare omicidi.

In fondo Kim-Jong-il può governare indisturbato la Corea del Nord solo perché possiede qualche bomba atomica. E in Pakistan l’esercito è intoccabile perché controlla i silos nucleari.

La verità è che l’arma atomica è il Gerovital dei dittatori. Neanche il più guerrafondaio dei presidenti ordinerebbe di invadere l’Iran se le Guardie della Rivoluzione avessero qualche testata nucleare. Né si sognerebbe di sostenere una rivolta popolare, sapendo che un Iran nel caos vorrebbe dire un arsenale nucleare senza padrone, perdipiù in Medio Oriente.

In poche parole, forse l’Iran vuole davvero la bomba atomica, ma ciò non ha nulla a che fare con la distruzione di Israele. A Teheran sanno che lanciare una testata nucleare contro la periferia di Tel Aviv provocherebbe, come rappresaglia, la disintegrazione immediata dei maggiori centri urbani iraniani. Ma i leader iraniani non vogliono il martirio, quello lo lasciano volentieri ai kamikaze sunniti. Quello che vogliono è potere, sesso e denaro. Strano?

Why Italy Matters to People’s Republic of China (and vice versa, of course)

by Gabriele

It is common knowledge that the Chinese economy is driven by exports, which produce forty percent of the country’s total annual GDP. The nickname “Exportweltmeister” (World Exports Champion), Germany’s label for itself, will very soon also be appropriate to China. After all, the country known as “the world factory” is at the present time the third biggest national exporter, after the aforementioned Germany, and the United States.

China is Europe’s biggest source of manufactured imports, and the sixteen European countries that use the euro (including Germany, France and Italy), are a crucial market that is even more important than Japan or South Korea.
According to the European Commission, Europe’s imports from China grew by around twenty-one percent per annum from the period 2003 to 2007. In 2007 alone, the EU imported €231 billion (¥2,209 billion) worth of goods from China. Of course, Chinese goods can only be sold to the affluent European consumers (around 490 million people) if they are able to reach European shops and malls. This is why Italy is so relevant to Chinese prosperity.

At the present time, Chinese companies prefer using the efficient ports of Northern Europe, particularly the port of Rotterdam in the Netherlands. However, the distance between Rotterdam and the main Chinese ports is much farther than the distance between the Italian ports and China, and at present Chinese ships have to cross the whole Mediterranean Sea, past the Strait of Gibraltar, and then coasting Portugal, Spain, France and Belgium to reach their destination. More distance means not only more time, but also more fuel, more potential shipping hazards and, quite simply, more money.
As stated in a report by the Italian government, “Italian ports have the advantage of being reachable by the ships passing Suez Canal with seven days less than the ports of Northern Europe” .

Recently, Chinese COSCO, one of the largest shipping companies in the world, signed a deal with the Piraeus Port Authority, which controls the port of Athens (one of the most
important ports of the Eastern Mediterranean Sea). The deal concerned the thirty-five year concession of the port’s cargo facilities to COSCO. According to the Greek Prime Minister, Costas Karamanlis, “Greek ports can operate as transit centers for Chinese products to European Union states but also the broader area of southeastern Europe and the eastern Mediterranean” . Of course, Greece is adjacent to Turkey, a country of seventy-four million inhabitants that also has the potential for economic prosperity. However, Turkey has a GDP of $400 billion, less than the GDP of the tiny Netherlands, and its two biggest suppliers are Russia and Germany.

Moreover, the journey to Austria, the gate of European markets, from the port of Athens is longer than, for example, the journey from the port of Naples in South Italy (1600 kilometers and 950 kilometers respectively), and involves crossing deeply unstable countries with poor transit routes such as FYROM (Macedonia), Serbia, Bosnia-Herzegovina and Croatia. Additionally, as all these countries are not members of the European Union, Chinese goods from Athens must cross at least five borders before reaching their destination, and deal with all the incumbent bureaucracy arising from this. Moreover, Greece itself is an unstable country. Many experts fear that it could become “a centre of terrorism in Europe” , and this unrest is demonstrated by the fact that police often clash with political protesters. What’s more, the powerful Greek dockers’ union seem very unhappy about the deal with COSCO .

The Italian government, for its part, is particularly eager to make Italy the first European stop on a new “Silk Road” connecting China with Europe. What’s more, Italian ports already play an important role in the trade between the two powers: in the port of Naples, where COSCO operates, 1.6 million tons of Chinese goods enter every year. Additionally, Evergreen Marine Corporation is active in the port of Taranto (Southern Italy).

However, all this is not enough for either China or Italy, which really needs Chinese investments to boost its shaky economy (this year Italy’s GDP is projected to contract by 4.4 percent, and the Italian government is cash-stripped). The very important port of Gioia Tauro (Southern Italy), the center of a hub-and-spoke system encompassing Genoa (an industrial city in Northwestern Italy particularly close to France and Milan), La Spezia (Northwestern Italy) and Leghorn (Central Italy), has huge potential. Also, the port of Trieste (Northeastern Italy), once the largest port of the whole Mediterranean Sea, is just 160 kilometers from Austria.

Therefore, China should strengthen its import relationship with Italy for reasons that are both commercial, and also related to security. The Mediterranean Sea, which is very distant from Chinese shores, is a “Western lake” controlled by the Americans, the French and the Italians. Although it is true that Greece could also be a loyal partner to China, as the old saying goes, “don’t put all your eggs in one basket”.

– Pocket World in Figures (2009, The Economist).
– “Comparazione fra l’attrattività di alcuni porti italiani sulla rotta Europa-Cina connessa con la presenza di dotazioni materiali e immateriali nell’hinterland”, Ministero degli Esteri Italiano (June 30, 2004).
– “Hu Departs Greece with Key Port Deal in the Bag”, AFP Asian Edition (Nov 25, 2008).
– “Death Threat to Greek Media as Terrorists Plot Bomb Havoc”, The Observer, 22 February, 2009.
– “In Greece, China finds EU Trade Battering Ram: PM”, AFP Asian Edition (Nov 24, 2008).