Monthly Archives: March 2009

EUROPA SÌ, NATO NO

Autore: Gabriele

Quest’anno il PIL ucraino si contrarrà paurosamente, forse del 12%. L’export di acciaio e alluminio, pilastro dell’economia nazionale, è in caduta libera, il sistema bancario rischia il collasso, e il governo ha già dovuto chiedere soccorso al Fondo Monetario Internazionale, imitando piccole nazioni come l’Islanda e la Lettonia.
Con una certa Shadenfreude l’ex presidente Kuchma ha paragonato la situazione del suo paese a quella, tragica, del 1941, quando i nazisti occupavano Kiev (che secondo una leggenda porterebbe sfortuna ai suoi conquistatori, tant’è vero che lo scaramantico maresciallo Jozef Piłsudski se ne tenne alla larga).
La gravissima recessione sembra infliggere il colpo di grazie alle speranze atlantiste ed europeiste dell’Ucraina, paese storicamente nell’orbita russa.
Tuttavia per l’Unione Europea perdere la nazionae slava sarebbe una grave sconfitta, perché se è vero che Kiev ha disperatamente bisogno di Bruxelles, è anche vero che Bruxelles ha necessità di Kiev.
Il motivo è presto detto: con i suoi 47 milioni di abitanti (54 nel 2025), le sue ricchezze minerarie e agricole, e la sua posizione strategica l’Ucraina sarebbe utilissima all’economia europea. Si può concepire un’Unione Europea senza Polonia ? No, e a maggior ragione senza Ucraina, potenzialmente il paese più ricco di tutta l’Europa orientale.
Nella storia l’Ucraina ha sempre fatto gola: tutti, dai russi agli austriaci, dai tedeschi ai polacchi, hanno cercato di controllare il paese, perchè chi controlla le vaste pianure ucraine controlla le porte dell’Eurasia. Lo sapevano bene le orde unne e gli eserciti mongoli che terrorizzarono l’Europa nei secoli bui, e lo sapevano altrettanto bene i nazisti lanciati alla conquista dell’Unione Sovietica.
Naturalmente non si possono ignorare gli interessi russi, in parte legittimi. Se la Guerra Fredda fosse stata vinta dai sovietici, e il Canada avesse aderito al patto di Varsavia, quale sarebbe stata la reazione di Washington ? Ed è utile ricordare che all’indomani del crollo del muro di Berlino gli americani promisero ai russi che la Nato non si sarebbe allargata.
In altre parole, occorre arrivare a un compromesso, che tenga conto dei desideri del popolo ucraino, delle preoccupazioni russe e delle necessità europee.
Il popolo ucraino vuole entrare nell’Unione Europea, baluardo di democrazia e benessere. Non a caso le aspirazioni europeiste accomunano sia gli ucraini delle regioni occidentali che i russofoni di quelle orientali. Con i finanziamenti europei Kiev potrebbe rimettere in sesto le infrastrutture, risalenti perlopiù al periodo sovietico, e rilanciare un’economia che non può dipendere solo dalla siderurgia e dalla chimica. E le istituzioni comunitarie permetterebbero il consolidamento della giovane democrazia.
In merito all’adesione alla NATO, francesi e tedeschi sembrano nutrire notevoli cautele. Gli italiani anche. In fondo è così necessario che l’Ucraina, paese dichiaratosi neutrale nel 1990,
aderisca al Patto Atlantico ? Se durante il breve conflitto russo-georgiano del 2008 Mosca non ha mandato i carri armati a Tblisi, capitale di uno stato fragile con neanche 5 milioni di abitanti, è realistico pensare a un intervento russo in Ucraina ? E se in un futuro improbabile ciò accadesse, magari a causa del porto di Sebastopoli, sarebbe auspicabile un confronto tra l’Occidente e la Russia ?
L’adesione dell’Ucraina alla NATO spaccherebbe non solo il popolo ucraino (i cittadini delle regioni russofone sono contrari), ma anche gli europei, e provocherebbe fortissimi attriti con Mosca, il principale fornitore energetico dell’Unione Europea (nonché il maggior partner commerciale dell’Ucraina).
Occorre un compromesso, un “grand bargain” nella migliore tradizione diplomatica europea: Kiev deve poter entrare nell’Unione Europea (al pari della neutrale Finlandia) ma non nella NATO, fermo restando il rispetto russo delle prerogative sovrane ucraine, e la rinuncia a provocazioni inutili e discorsi incendiari da parte della leadership ucraina. Perchè come dicono nelle campagne ucraine “se insegui due lepri contemporaneamente, non ne acchiapperai nessuna”.

FONTI:
Il mondo in cifre 2008 The Economist
“How the West Turned From Kiev” Newsweek March 30, 2009
CIA, OECD, IMF

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ROULETTE RUSSA

Autore: Enrico

La situazione sul fronte della crisi iraniana si fa sempre più mobile dopo il lavorìo diplomatico avviato da Barack Obama poco dopo il suo insediamento. Come già ricordato in precedenza, nella partita Mosca gioca un ruolo chiave.
La Russia (tramite la statale Rosatom) è fornitore semi-esclusivo di combustibile nucleare, sofisticati componenti e know-how per l’industria nucleare (che hanno portato alle prove tecniche di attivazione del reattore di Busher).
Ma Mosca non si limita a questo: ha sottoscritto con Tehran anche un contratto da 100 milioni di $ per la fornitura di avanzate difese antiaeree (S300), che permetterebbero a Tehran di contrastare con efficacia un eventuale attacco dall’aria. Su questa fornitura si coagulano dubbi sia a Washington che al Cremlino.
Gli USA, divisi tra i sostenitori della linea dura (enturage di Hillary in primis) e i pragmatici (guidati da Gates e alcuni generali), sono indecisi su come interpretare i segnali di Mosca. Da un lato la grave crisi economica russa (col crollo del 30% del rublo), rende Mosca malleabile ad una ritirata sul fronte iraniano. Non a caso recentemente Vladimir Dvorkin, capo del centro di ricerca sulle armi atomiche dell’accademia delle scienze di Mosca ed ex-generale in capo delle armi atomiche, ha dichiarato (Mar 12) che Tehran potrebbe produrre l’atomica in 1-2 anni, permettendogli di rafforzare il suo supporto ad Hamas ed
Hezbollah. Una dichiarazione esplicita mai sentita finora da una fonte vicina al Cremlino. Il 10 Marzo l’agenzia russa Interfax aveva annunciato che ‘Mosca potrebbe rivedere le forniture della contraerea a Tehran se verrà così deciso al massimo livello politico’. Una perifrasi per dire che la questione è oggetto di dibattito nelle stanze del potere moscovita. Queste dichiarazioni potrebbero segnalare un riavvicinamento tra USA e Russia in seguito all’offerta di Obama
di uno stop allo scudo antimissile se Mosca avesse interrotto il supporto strategico all’Iran. La partita però Mosca la gioca anche su un altro tavolo: report dell’intelligence USA e del Mossad segnalano che, nonostante la promessa di sospendere le forniture degli S300 all’Iran, i primi pezzi sono iniziati ad arrivare (anche se il Cremlino smentisce, dicendo che “il contratto viene rispettato gradualmente”). La corsa al nucleare di Tehran sta spingendo gli altri stati del Golfo a cercare dei partner per tentare l’avventura atomica: Egitto, Arabia Saudita e Kuwait sono in trattative per acquisire quote dall’1
al 5% nel gigante nucleare francese Areva (maggior produttore mondiale di reattori nucleari), garantendosi così un accesso a tecnologie prima loro precluse. Gli intenti (se sviluppare un programma civile o puntare sull’arma atomica per non restare dietro Tehran), sono tutt’altro che chiari. E’ di ieri invece la notizia di un video di auguri e di un’offerta diretta di collaborazione di Obama alla leadership Iraniana. Infatti, dopo il ritiro del riformatore Khatami dalla competizione elettorale di giugno, le quotazioni per una riconferma di Ahmadinejad sono in rialzo. In ogni caso una maggiore luce sui due tavoli di gioco su cui punta la Russia si avrà dopo il summit londinese dei presidenti dei due stati, il 2 Aprile.

fonti:
Al-Sharq Al-Awsat, London:
Senior Iranian Official: Bushehr Reactor To Begin Operating, March 2009
Debkafile, High Russian official: Moscow is gradually fulfilling S-300 air
defense contract with Iran, March 18, 2009
ANSA, Mosca, niente missili S- 300 a Iran, MOSCA 18 MAR 2009
ANSA, Iran: Khatami si ritira da elezioni, ROMA, 17 MAR
2009
The Guardian, Iran gives cautious welcome to Barack Obama video message, 20 March 2009
Iran has not decided to produce nuclear arms, US intelligence
chief IRNA, Iran has not decided to produce nuclear arms, US intelligence chief, March 11 2009
Panorama, Israele e Usa divisi sull’attacco a Teheran, 10
Dicembre 2008
Il Tempo, “L’Iran, tra due anni avrà la bomba”, 15 Marzo 2009Au

IL GRANDE GIOCO CONTINUA

autore: Enrico

Alla fine, dopo mesi di contraddittorie dichiarazioni da parte dei vertici politici e militari del Kirghizistan, il presidente Bakiev ha firmato il decreto di chiusura della base statunitense di Manas, nel nord del paese. Aperta nel dicembre 2001, dopo lo shock delle torri gemelle, la base ha grantito supporto logistico alle truppe USA nell’attacco all’Afghanistan dei talebani, e sarebbe un punto cardine nel nuovo sforzo afghano annunciato da Obama. Ben trentamila nuovi uomini arriveranno nello scenario afghano nei prossimi due anni, e Manas era l’unica base USA a nord dell’Afghanistan rimasta, dopo le chiusure della base di Hanabad (Uzbekistan) ed il rifiuto del Kazakhstan di ospitare basi e truppe USA. Il presidente Bakiev ha annunciato l’intenzione di procedere con il decreto di chiusura durante una visita in Russia (3 febbraio) solo poche ore dopo l’annuncio di un sontuoso pacchetto di aiuti (2.15 miliardi di $) del Cremlino al paese centroasiatico, che l’anno scorso è stato duramente colpito dal rigido inverno.
Ma le operazioni dei circa 1000 soldati della base continuano normalmente, nonostante l’ingiunzione di liberare il terreno ed evacuare la base entro 180 giorni. Il segretario alla difesa USA Robert Gates ha dichiarato che colloqui sul destino della base con i vertici politici del Kirghizistan sono ancora in corso, ventilando l’ipotesi di negoziare un canone d’affitto più alto. I russi, dichiarando che non vi è stato uno scambio con la base in seguito agli aiuti economici, hanno però concesso il transito ai rifornomenti non letali per le truppe USA in Afghanistan. Nel nuovo sistema di alleanze del dopo-Bush, Obama dovrà pensare anche a come riconquistare l’utile influenza sui tormentati paesi centroasiatici, che tendono negli ultimi anni a rientrare nell’orbita di Mosca.

Fonti:

Foreign Policy Association; ”US Manas Base: ‘Get Out!’’ di
Patrick Frost
Russia Blog; Kyrgyzstan to Close Manas Air Base; Russia Ready to
Negotiate U.S., NATO Supplies for Afghanistan di Charles Ganske
AP; Russia
allows transit of US military supplies di Vladimir Isachenkov
Sito della Base
di Manas; http://www.manas.afcent.af.mil/
Eurasia.net; Kyrgyzstan: Manas air base operations continue, despite drama, di David Trilling

UN GIOCO A SOMMA AZERO

Autore: Enrico

Mahmoud Ahmadinejad è più attivo che mai sul fronte internazionale dall’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca. Il 12 giugno l’Iran andrà incontro a tanto attese elezioni, che vedranno schierarsi l’ex-presidente Khatami, ayatollah rappresentante della corrente moderata e riformista tanto popolare tra i giovani di Teheran, e l’ultra-conservatore Ahmadinejad, che fa nella lotta contro il Grande e il Piccolo Satana (USA e Israele) uno dei punti cardine della sua campagna elettorale. La situazione interna, infatti non è favorevole: con un’inflazione galoppante (25-30%), una riduzione costante del surplus derivato dal petrolio (ridottosi a zero) e una fuga di capitali verso lidi più sicuri, Ahmadinejad ha come bandiera della sua campagna il diritto dell’Iran al nucleare, rendendo di fatto difficile qualsiasi tavolo di dialogo. Su questo l’unico partner essenziale all’Iran è la Russia, subito blandita da Obama con la promessa della rinuncia allo scudo spaziale. Se la Russia dovesse invertire la tendenza alla copertura diplomatica e alle forniture strategiche all’Iran di Ahmadinejad, l’Iran resterebbe solo, e dovrebbe giocare le carte che gli rimangono: l’influenza su hezbollah, i finanziamenti ad Hamas, il ruolo strategico in Iraq e Afghanistan. Ma all’Iran servono alleati, e soprattutto Ahmadinejad vuole evitare l’isolamento. Per questo il presidente Azero Aliyev è in questi giorni in visita a Teheran a firmare nuovi accordi commerciali e a stringere i legami col regime degli Ayatollah, per questo recentemente Ahamdinejad ha inviato Rafsanjani in Iraq a preparare la strada per il dopo-ritiro USA, per questo l’Iran ha convocato un summit dell’Economic Cooperation organization (ECO) con gli stati dell’area centro e sud asiatica per incrementare la cooperazione politica. Se ad Obama riuscisse l’operazione di isolare Teheran, ad Ahmadinejad non resterebbe che arroccarsi su posizioni di difesa della sua linea oltranzista sul nucleare, provocando l’inevitabile reazione di Israele.

Fonti:
The Earth Times; Iran’s Ahmadinejad opens regional economic summit in Tehran,
IRNA; Iran, Azerbaijan calls for expansion of mutual ties – da Payvand Iran news
Eurasia.org; Iran: Tehran still an important player in Iraq di Kamal Nazer Yasin
Eurasia.org; Iran: looking for ways to change Tehran’s cost-benefit analysis on nuclear issues

GREEN ECONOMY

autore: Giorgio

Secondo molti Obama sarà il presidente della svolta ambientalista statunitense.
L’ambizioso “New Energy for America plan” dovrebbe contribuire alla creazione di cinque milioni di posti di lavoro, mettere un milione di auto ibride sulle strade entro il 2015, ridurre le emissioni di gas serra dell’80% entro il 2050 e affrancare, finalmente, il paese dalle importazioni petrolifere mediorientali e venezuelane.
Attualmente però sono gli europei, pionieri nello sviluppo delle energie alternative, che stanno rendendo “più verde” l’America: la spagnola Iberdrola, la maggiore compagnia eolica mondiale, nel 2007 ha acquistato la Energy East di Portland, attiva in tutto il Nordest; la sua connazionale Acciona sta costruendo due parchi eolici con una capacità totale di 223,5 megawatt; la Vestas danese, colosso della produzione di turbine eoliche, ha recentemente aperto un impianto in Colorado ; uno stabilimento analogo lo sta costruendo a Butte (Montana) la tedesca Fuhrländer.
In realtà gli Stati Uniti si stanno muovendo in ordine sparso: mentre California, Oregon e, per certi versi, Texas sembrano realmente interessati alla “green economy”, altri, specie gli stati industriale della Rust Belt, hanno grane assai più grosse, per esempio la gravissima crisi dell’industria automobilistica.
Per Obama un motivo in più per agire.

FONTI:

http://www.whitehouse.gov/agenda/energy_and_environment/
“Iberdrola to buy Energy East for $4.5 billion” Reuters Jun 25, 2007; “Iberdrola, buying Energy East, plans new share sale” Bloomberg News June 27, 2007; “State Agency Approves Iberdrola-Energy East Plan” AP Sept 4, 2008
“Acciona Energy invests 366 million euros in two wind parks in the United States” sito di Acciona 10/17/2008
sito della Vestas; “Vestas Commends Colorado at Democratic National Convention in Denver” PRNewswire Aug 26, 2008; “Denmark – Vestas opens Colorado plant” windfair.net 12.03.2008
“Manufacturing site in the USA” sito della Fuhrländer; “German company to build manufacturing plant near Butte”
The Montana Standard 03/05/2008; “Largest wind turbine firm dedicates U.S. plant” AP March 9, 2008

ATENEI OCCIDENTALI, SOLDI ORIENTALI

Autore: Gabriele

Nei paesi del Medio ed Estremo Oriente i rettori dei college americani sono ormai di casa: sanno di trovare ascoltatori molto ricettivi, che sognano una prole laureata (in un ateneo prestigioso) ma che non si allontani troppo da casa.
E dal Qatar alla Cina, malgrado la crisi, non c’è governo che non voglia investire miliardi in un sistema educativo d’eccellenza, in grado di attirare i cervelli necessari a costruire la tanto ambita “economia della conoscenza”.
Per avere un’università di prim’ordine non bastano i soldi. Servono anche il know-how e i professori, ma soprattutto un nome prestigioso, altisonante.
Tutto ciò c’è solo in America, o al massimo in qualche veneranda nazione europea, come il Regno Unito o la Francia.
Se l’austera Sorbonne, nel Medio Evo il baluardo della teologia cristiana, apre un campus ad Abu Dhabi (“il primo fuori dalla Francia”) che offre corsi di letteratura, diritto, archeologia, “francese intensivo”, l’università di Georgetown risponde firmando un MOU con il Dubai Knowledge Village. Con il DKV collaborano pure l’Eton Educational Institute for Training & Development, la Middlesex University, la British University in Dubai, la statale di San Pietroburgo.
Negli EAU c’è anche l’Harvard Medical School Dubai Center, “un grandioso passo nel futuro” per la popolazione locale; la New York University, già presente a Shanghai, ha inaugurato un college umanistico ad Abu Dhabi, la Mellon e la Cornell hanno preferito il vicino Qatar(che grazie alla sceicca Mozah è riuscito ad attirare perfino il Louvre), Stanford e la Texas A&M hanno invece optato per la King Abdullah University of Science and Technology, a Geddah.
Yale si concentra sulla Cina (dopo aver accarezzato l’idea di creare una succursale ad Abu Dhabi), al pari della Nottingham University, mentre Singapore riesce a far traslocare perfino i sedentari professori del prestigiosissimo MIT.

Fonti:
sito della Paris-Sorbonne University Abu Dhabi
“Knowledge Village Signs Memorandum of Understanding (MoU) With Georgetown University Center For Intercultural Education and Development (CIED)” Middle East Events July 8, 2007; “Georgetown University students im-pressed by Dubai World activities” AMEInfo March 15 – 2007; “Knowledge Village signs MoU with Georgetown Uni-versity Center for Intercultural Education and Development (CIED)” AMEInfo July 08 – 2008
sito del Knowledge Village
sito dell’Harvard Medical School Dubai Center
sito della New York University in Shanghai
sito della Carnegie Mellon Qatar; sito della Weil Cornell Medical College in Qatar
“A Sophisticated State” Newsweek Apr 21, 2008
“A Vision in the Desert” New York Times February 1, 2007
“What’s in a (Foreign) Name ?” Newsweek May 19, 2008
“Yale drops plans for Abu Dhabi” Yale Daily News April 11, 2008
“Sowing Seeds” Newsweek Aug. 21, 2006

Un inizio

Comunicato Ufficiale del Comitato per gli Studi Geopolitici

Nell’attesa (che si preannuncia alquanto lunga) di un sito internet, questo blog assolverà a due funzioni: 1) fungere da organo del Comitato per gli Studi Geopolitici 2) essere una piccola agorà virtuale, dove i membri del CSG, a titolo esclusivamente personale, possano informalmente esporre le proprie idee agli altri membri sparpagliati per il mondo.

Qualcuno si domanderà perchè questi ritardi nell’attivazione del blog. La risposta è semplice: il direttore ha appena concluso il suo famigerato saggio, che dovrebbe essere pubblicato in primavera; Enrico è tornato dal Caucaso, Manuela è a buon punto con la tesi, altri membri si sono liberati da alcuni impegni particolarmente gravosi.

P.S. per distinguere i comunicati del Comitato per gli Studi Geopolitici dalle idee dei diversi membri, si ricorrerà a un elementare accorgimento: il testo di tutti i post del CSG sarà preceduto dalla dicitura “Comunicato Ufficiale del Comitato per gli Studi Geopolitici” (come in questo caso).