Monthly Archives: April 2009

LA GUERRA DI BARACK HUSSEIN OBAMA

Autore: Enrico

Gli Stati Uniti sono coinvolti negli altopiani afghani a fasi alterne almeno dall’intervento Russo del 1979.
Come ormai è comprovato anche da documenti desecretati del Pentagono, gli USA (e l’Arabia Saudita) hanno finanziato e supportato i mujhaiddin (quelli che poi verranno definiti Talebani quando gli USA se li troveranno contro) anche prima dell’intervento diretto dell’URSS nel paese. Anche il Pakistan, attraverso il servizio sergreto ISI, ebbe un ruolo diretto nel conflitto supportando e addestrando i mujhaiddin. Dopo il 1989, il ritiro dell’URSS, e il crollo del muro a Berlino, gli USA cessarono di interessarsi alle vicende afghane, lasciando il paese ai signori della guerra, onnipotenti dopo 8 anni di guerra, solo per scoprire nel 2001 che l’Afghanistan, conquistato ormai dai Talebani (una fazione radicale dei mujhaiddin islamici), era diventato un porto sicuro per Osama Bin Laden e altri gruppi di jihadisti.
La ‘guerra in appalto’ condotta dall’Alleanza del Nord e dalle truppe USA-UK nel 2001 non ha però consegnato alla giustizia il capo di Al Qaeda.
Ora, dopo quasi 8 anni di guerra, oltre 1000 militari della Coalizione morti e molti più civili sul terreno, la situazione è tutt’altro che chiara. I Talebani sono sembre ben presenti sul territorio, controllano intere regioni e lasciano mano libera alle forze dell’ISAF solo a Kabul e intorno alle loro basi. Gli attentati sono cresciuti in numero (il 2008 è stato l’anno con più vittime civili: 2118, di cui il 37% ucciso dalle truppe della Coalizione) e le istituzioni statali sono fragili e permeate dalla corruzione, ben lungi da ogni standard democratico.
Alcuni progressi si sono visti nell’ultimo periodo dul fronte della sicurezza (ma il numero delle vittime civili è ancora alto, sia per errori della Coalizione, sia per attentati talebani), e sui diritti umani (specie femminili), ma l’Afghanistan statunitense non è certo quello che si era immaginato George W. Bush nel 2001.
Oltre tutto gli scandali sulle prigioni segrete USA a Kabul e sulle violenze dei militari sui prigionieri non hanno certo reso popolare l’intervento USA, alimentando la voglia di rivalsa dei talebani nei confronti degli ‘stranieri’ e dei ‘collaborazionisti’. E la debolezza del governo di Karzai (per molti afghani un leader senza alcun potere effettivo) non fa che aumentare la forza di chi -signori della guerra, talebani o capi locali- esercita davvero un potere effettivo sul territorio e gli abitanti.
Ora Obama deve decidere come impegnarsi nel paese: dichiarare la vittoria, negoziare con gli insorti, organizzare conferenze regionali, o vincolarsi con alleanze volte a migliorare le istituzioni sono tutte strategie dimostratesi poco efficienti in passato, lasciando nel 2007 l’Afghanistan all’8° posto tra gli ‘stati falliti’ del mondo. La presenza militare di 30.000 truppe dovrebbe raddoppiare seguendo la nuova linea di Obama, ma abbiamo visto che se essa può avere effetti sul fronte della sicurezza più ‘vendibile’ all’opinione pubblica USA, ha ben pochi riflessi sul rafforzamento delle istituzioni afghane.
Fortunatamente il supporto pubblico per i Talebani è basso, a causa di anni di terrorismo e guerriglia dei vari signori della guerra che si dividono il paese e hanno ognuno la propria agenda.
La politica di alleanze con i warlords non fa che indebolire le istituzioni rappresentative di Kabul, e i frequenti errori della coalizione fanno aumentare il risentimento nei confronti delle truppe ISAF.
Perfino Karzai (il ‘sindaco di Kabul’) ha alzato la voce, lamentando che gli USA non consultano i vertici militari dell’esercito afghano che stanno addestrando riguardo alle loro operazioni. Obama dovrebbe avere un piano complessivo per rafforzare le istituzioni, dando ruoli appropriati alle forze USA e migliorando il coordinamento. Si dovrebbe finanziare un piano di sviluppo economico e di assistenza alla ‘rule of law’ a livello locale, sostenendo i rappresentanti del governo eletti (e punendo i corrotti). Ma la soluzione del problema Afghano passa anche dal Pakistan: senza una riforma dell’ISI, una riduzione del potere dei militari, delle riforme politiche nelle regioni di confine, e un’assistenza militare mirata a rendere il confine meno permeabile alle milizie talebane, l’effetto dell’aumento delle truppe sarebbe solo spostare il problema in Pakistan, rendendo lo scenario agghiacciante.

Vincent Javert, ‘Interview with Brzezinski’, (La Nouvelle Observateur, 15-21 January 1998), p. 76.
Fund for Peace, Failed States Index Scores 2007
International Crisis Group, Afghanistan: new US administration, new directions
USA today, Karzai ‘demands’ Obama end civilian deaths after latest incident
Global Security, Number of Afghan civilian deaths in 2008 highest since taliban ouster, says UN

TAEPOWRONG

Autore: Enrico

Dopo giorni di annunci e smentite, in cui i vertici del regime di Pyongyang asserivano che avrebbero messo in orbita un satellite per telecomunicazioni e il Dipartimento di Stato (e i giapponesi) sostenevano che il nuovo test previsto avrebbe riguardato il missile Taepodong2, il lancio è arrivato il 5 aprile.
Il lancio del missile, con una gittata di 5000/6000 km, visibile da satellite (qui http://tinyurl.com/cysajr e qui http://tinyurl.com/cbpou3) segue quello fallito pochi secondi dopo il lancio nel luglio 2006.
Anche in questo caso, le fonti del NORAD e del Dipartimento di Stato affermano che il lancio è fallito con l’inabissarsi del secondo stadio nelle acque dell’oceano pacifico. Le fonti nordcoreane (in primis il leader Kim Jong Il) invece affermano che il lancio del ‘satellite per comunicazioni’, che dovrebbe trasmettere inni patriottici nell’etere, è perfettamente riuscito, rendendo il figlio del fondatore Kim-Il-Sung ‘molto felice’.
In ogni caso il Taepodong2 non sarebbe in grado di portare testate elaborate o colpire con precisione i target, ma una riuscita prefigurerebbe un perfezionamento dei sistemi di arma nordcoreani.
Il Giappone infatti, sorvolato dal missile, ha a lungo dibattuto sull’opportunità di abbattere il missile all’entrata nel suo spazio aereo (e ha schierato alcune batterie di intercettori per la prima volta).
Per molti osservatori Kim Yong Il ha come principale intento quello di usare la sua capacità missilistica per convincere i suoi riluttanti partner a finanziare con ulteriori aiuti il poverissimo paese, e a restare in sella proprio continuando le trattative tenendo in scacco al tavolo amici e nemici. Gli obiettivi di breve termine di Pyongyang sono 4:
1. Rafforzare il ruolo e la credibilità interna del regime, mostrando che traguardi ambiziosi possono essere raggiunti anche nel completo isolamento (e nella povertà di mezzi) in cui versa il paese. Questo potrebbe aiutare a frenare i malumori per la successione del presidente con suo figlio.
2. Mostrare le divisioni del Consiglio di Sicurezza su come reagire al lancio, con Giappone e USA schierati su posizioni molto più dure che Cina e Russia.
3. Testare l’amministrazione Obama in una fase concitata, per vedere la sua capacità di reagire ad una crisi e la posizione della Nord Corea nell’agenda del nuovo presidente.
4. Testare la posizione cinese: la Cina deve contemporaneamente dimostrare che ha influenza su Pyongyang nel convincerla a contenere e frenare le sue politiche, mantenere stabile il regime per evitare spillover negativi in patria (evitando un allontanamento che riavvicinerebbe le due Coree e vedrebbe una forte perdita di influenza cinese sulla penisola), e far capire a Washington che la crisi coreana non si risolve passare da Pechino.
Intanto Obama nel suo discorso praghese ha puntato forte sul controllo del nucleare (con messaggi a Mosca e Tehran), ma ha risposto solo aggiungendo alcune righe al suo discorso alla sfida di Pyongyang; forse per preservare il dialogo nel tavolo a 6 sul nucleare nordcoreano, oppure per non irritare Cina e Russia, o ancora perché il lancio è fallito e questo da più tempo a tutti per continuare i negoziati. In ogni caso a Seoul e Tokyo il Taepodong2 è in prima pagina da giorni, suscitando le paure dei governi e dei comuni cittadini sulle intenzioni di Kim Yong Il.

Reuters, UN divided over North Korea rocket launch, 5 Apr 2009
AP, US: Stern response if N. Korea fires missile, 2 Apr 2009
Scott Snyder on Globalsecurity, North Korea’s Missile Test: Off-Target?, 4 Apr 2009
Yumiko Ono on WSJ, Japan prepares for North Korea missile launch, 28 Mar 2009
Thomas Omestad on USnews, Explaining Obama’s mild reaction to North Korea’s missile launch, 6 Apr 2009
BBC, North Korea’s missile programme

CAUCAOS NUCLEARE

Autore: Enrico

Da alcuni anni si sente parlare di progetti nucleari fra i monti del Caucaso. L’Armenia, con la sua obsoleta centrale di Metsamor,
costruita negli anni ’70 con tecnologie sovietiche e mai più rinnovata, cerca una via d’uscita all’impasse energetica. Da un lato le preoccupazioni dovute alla sismicità dell’area intorno a Yerevan impongono una rapida chiusura dei due reattori di Metsamor (gestiti dai russi dal 2003), che con i loro 800 MW forniscono il 40% del fabbisogno del paese, dall’altra i costi e la fattibilità di una nuova centrale sono ancora poco chiari.
L’esborso previsto per un nuovo impianto da 1200-1500 MW oscilla tra i 4.2 e i 7.2 miliardi di $ (il PIL è di 8 miliardi di $), con lavori che potrebbero iniziare nel 2011 e concludersi nel 2017, appena un anno dopo la fine del combustibile impiegato a Metsamor. L’Armenia ha disperatamente bisogno di mantenere l’indipendenza energetica per
non sottostare ai ricatti di Turchia e Azerbaijan e per questo ha già rifiutato nel settembre 2007 un contributo dell’Euratom di 200 milioni di $ per chiudere la centrale di Metsamor.
Gli USA hanno risposto all’annuncio dei piani energetici per la nuova centrale con un sostegno diplomatico e uno studio di fattibilità, mentre il governo di Robert Kocharian ha approvato nel novembre
2007 un piano per la chiusura graduale di Metsamor (ma senza fissare date specifiche). Abel Aghanbegyan, dirigente dell’Accademia delle Scienze Russa, sostiene che il surplus energetico derivato dal nuovo reattore darebbe a Yerevan un grosso vantaggio geopolitico, oltre che un notevole potenziale per l’export.
Il nuovo presidente Serzh Sargsyan, eletto nel 2008, si scontra ora con la necessità di finanziare il progetto, cercando partner industriali: la gara che parte il 1° aprile vedrà probabilmente ai blocchi di partenza anche degli investitori turchi, cosa che ha suscitato un violento dibattito a Yerevan.
Nonostante il boom del commercio tra i due stati ($251.2 milioni nel 2007), 3 questioni vedono ancora fronteggiarsi Ankara e l’Armenia:
1. Il mancato riconoscimento del genocidio armeno nei primi anni del ‘900.
2. La chiusura della frontiera turco-armena che permane dal 1993.
3. Il sostegno alle posizioni dell’Azerbaijan nel conflitto del Nagorno-Karabakh.
Gli attriti tra i due paesi sono ancora molto forti, ma i passi avanti sono visibili, e le alleanze storiche (la Turchia con i Paesi Nato e l’Armenia con il Cremlino) sono più mobili che mai, vista gli intrecci di interessi geopolitici e economici nell’area.
Entrambi i paesi beneficerebbero di un accordo di grande respiro, e le dichiarazioni del 20 Marzo del ministro dell’Energia di Yerevan, Armen Movsisian, per cui “tutti gli stati possono prendere parte alla costruzione della centrale nucleare, compresa la Turchia” lasciano ben sperare sull’atteggiamento di apertura. I non entusiasmanti risultati dell’AKP nelle elezioni amministrative di Marzo però potrebbero rendere difficili ulteriori aperture di Erdogan verso l’Armenia. Contemporaneamente, in Azerbaijan i progetti e gli studi per impiantare un reattore nucleare, desiderato fin dagli anni ’70, sono già in fase avanzata: un reattore sperimentale da 10-15 MW sta per essere costruito, con il placet dell’AIEA, poco lontano da Baku.
I lavori per la prima centrale Azera dovrebbero iniziare nel 2011-2012, anche se la decisione definitiva sarà presa dal presidente Aliyev solo nel 2011.
I primi 6 tecnici nucleari azeri sono già in Russia, Francia, Austria e USA per ricevere training specifici. Entrambi i paesi sono impegnati nella disputa del Nagorno-Karabakh, e se la centrale già presente in Armenia è obsoleta e oggetto di pressioni internazionali, l’Azerbaijan deve riprogettare la sua politica energetica, dato che l’export di petrolio del Caspio è destinato a declinare nel prossimo futuro, e nessuno dei due stati vuole rimanere indietro rispetto all’altro.
In ogni caso, nonostante i due paesi non si dichiarino –per ora- interessati a sviluppare un programma nucleare militare, e l’AIEA sembri soddisfatta delle promesse dei due contendenti, l’area centro-asiatica (Iran incluso) sembra il parco-giochi per una nuova proliferazione.

Eurasianet.
org, Armenia and Turkey: can nuclear power become a force that binds two enemies?, 31 Mar 2009
J. Daly, Analysis: Armenia’s nuclear power plant may soon use indigenous fuel, 27 Mar 09, UPI
RIA-Novosti, Armenia announces tender for nuclear reactor, 23 Feb 09
AFP, Armenia to continue operating nuclear reactor in quake zone, 22 Dec 03
PanArmenian.net, Euroatom allocated 200mln euros for closing Metsamor NPP, 25 Mar 07
Regnum news agency, Azerbaijan will complete construction of nuclear reactor, 27 Set 07
Eurasianet.org, Azerbaijangets ready to go nuclear, 28 Jul 08
The Messenger, Azerbaijan to build nuclear reactor, 10 Dec 08
ARKA, Russian academician: new NPP to give Armenia Geopolitical Advantage, 23 Oct 08
ARKA, Construction of Armenian NPP may cost e az$4 Bln, energy minister says, 16 Sep 08