Monthly Archives: May 2009

Un Golfo imbottigliato

autore: Enrico

Il Golfo Persico non vedeva tanto traffico di navi militari dai tempi di Iraqi Freedom, il nome affibiato dall’amministrazione Bush alla guerra del 2003. In quel caso però le navi che scorrazzavano nel Golfo erano solo quella della US Navy, ora invece le insegne che appaiono sulle fiancate non potrebbero essere più diverse. Il 27 Maggio sono attraccate al porto di Manama, sede della Quinta Flotta USA, alcune navi russe. Seguite poco dopo dall’arrivo nel porto di Salalah (Oman) da altre navi russe, presenti per la prima volta da decenni nel Golfo. Il loro arrivo è stato coordinato tra comandi navali Russi e comandi Iraniani. È la prima volta che una nave russa attracca e fa rifornimento nello stesso porto in cui fa base la marina statunitense. Mosca ha così inaugurato una presenza -non si sa se duratura o meno- della sua marina militare nel Golfo Persico. Contemporaneamente, Obama ha progressivamente ridotto la presenza della marina statunitense nel Golfo per aiutare la ripresa del dialogo con l’Iran, generando un’atmosfera positiva per i colloqui. Nel Golfo non è presente nemmeno una portaerei USA, come non accadeva da molti anni a questa parte. La mossa russa ha seguito di poco l’inaugurazione nel Golfo -il 25 Maggio- di una base militare navale francese, nei pressi di Abu Dhabi. Se anche i francesi, che hanno importanti interessi nell’area (Iran e Libano in primis), possono rompere il monopolio USA nelle acque del Golfo, perchè la Russia (impegnata diplomaticamente e finanziariamente soprattutto sul dossier Iraniano) non può stabilire una presenza in quelle acque? Sicuramente lo scenario resta nel complesso tranquillo, ma certamente l’attivismo delle grandi potenze intorno all’area del Golfo spiega quanto sia importante per molti essere presenti e contare in quella zona chiave del globo.

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LIBERA STAMPA IN LIBERO (?) STATO

Autore: Enrico

Sembrava aver riaperto il quotidiano riformista ‘Yas No’, dopo 6 anni dalla sua prima chiusura, dovuta ad un articolo della minoranza parlamentare riformista in cui si criticava la posizione della Guida Suprema Ayatollah Khamenei riguardo alla non ammissione di molti candidati riformisti alle elezioni 2004. Ma non è durato nemmeno 2 giorni il sogno di Mohammad Naimipur, di sostenere il candidato riformista Mir-Hossein Mousavi attraverso le colonne del suo giornale. Il procuratore di Tehran Saeed Mortazavi, soprannominato il ‘macellaio della stampa’ ne ha ordinato la chiusura dopo un solo numero, colpendo duramente il campo riformista che ha visto decimati i suoi giornali a partire dal 1990 dallo stesso Mortazavi e che ha difficile accesso alle Tv, che in Iran sono tutte statali. I giornalisti, che si aspettavano prima o poi la chiusura, sono sorpresi della tempestività del provvedimento: forse -dicono- non è piaciuto l’articolo di apertura, intitolato ‘Khatami-Mousavi per l’Iran’. Mousavi sembra essere il principale avversario del presidente Mahmoud Ahmadinejad nelle elezioni del 12 Giugno. Molti osservatori stanno vedendo le avvisaglie di un irrigidimento dei conservatori per paura che in seguito all’elezione di un riformista cambi la struttura del potere in Iran. I riformisti che fanno capo a Khatami e all’ex premier Mousavi non hanno al momento alcuna pubblicazione permessa nelle edicole, al contrario dei conservatori che ne possono vantare decine. Alcuni rapporti parlano del lancio entro pochi giorni da parte dello stesso Mousavi di un suo giornale, ‘Kalameh Sabz’ (Mondo verde). Intanto il 17 maggio il ministro della Cultura ha esortato la stampa a promuovere l’attenzione e la mobilitazione sulle elezioni, ma ‘a fare attenzione a non rompere il orientamenti etici e culturali della società quando riportano notizie concernenti le elezioni’. Un criptico messaggio che potrebbe essere un avvertimento a chi tra i riformisti spera in una corsa priva di ostacoli.

Fonti

Eurasianet.org, Iranian reformist daily banned one day after relaunch, 17 May 2009
http://www.eurasianet.org/departments/insight/articles/pp051709.shtml

NABUCCO, OPERETTA OCCIDENTALE

Autore: Enrico

Quando la Russia spadroneggiava sui mercati mondiali di petrolio e gas, riempiendo le casse di Gazprom (e quindi gonfiando il bilancio statale) con utili record di un gas a oltre 480$ per 1000m3 e il petrolio che veleggiava sui 140$ al barile, il problema più grosso di Medvedev e Putin era come impiegare i soldi. Ora che il petrolio viaggia sotto i 60$ al barile e il gas che ha toccato i 240$, Gazprom, gli oligarchi russi e la leadership del Cremlino vedono franare i sogni di ricchezza e potere progettati sulle rive della Moscova. In un recente articolo del New York Times, viene sottolineato come la politica dei contratti di lungo termine ad un prezzo fissato sia ora estremamente deleteria per gli affari di Gazprom. I contratti prevedevano prezzi di favore (all’epoca) per gli stati dell’orbita russa ma ora che la domanda di gas è scesa, ogni barile o metro cubo non venduto a prezzo di mercato può provocare una perdita netta per la società statale monopolista dell’energia russa. Oltre tutto i prezzi del gas pagati ai fornitori da Gazprom sono circa a 340$ nel 2009, poiché determinati con una formula in cui entra anche il prezzo del petrolio di 6 mesi prima. A fronte di questi prezzi Gazprom ha contratti di lungo termine con l’Ucraina a 230$ e con l’Europa in media a 280$. Oltre tutto in molti casi gli adeguamenti infrastrutturali e gli investimenti promessi da Gazprom e finanziati a debito sono un peso devastante per la profittabilità e una rischiosa scommessa per le casse della società. I russi sono stati e sono tutt’ora molto gelosi del loro monopolio sulle forniture di gas all’Europa, e si sono a lungo opposti a progetti di pipeline alternative, che bypassassero il territorio russo: o blandendo gli stati coinvolti (fornitori o destinatari di gas) con faraonici progetti e incentivi economici, o minacciando di inasprire le relazioni e non supportando il governo ‘dissidente’. Ora una sequenza di eventi minaccia i piani monopolistici del Cremlino: l’8 aprile si sono riuniti a Praga nel Southern Corridor Summit alcuni stati coinvolti nel progetto Nabucco, una pipeline di 3.300 km che porterebbe il gas del Caspio attraverso Azerbaijan, Georgia, Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria fino all’affamato mercato europeo. Gli USA si sono spesi negli ultimi anni a favore del progetto (che aiuterebbe stati alleati come la Georgia e la Turchia con le royalties e le commesse per la costruzione del gasdotto) e indebolirebbe la posizione di Mosca in Asia Centrale, Asia e Medio Oriente. Anche l’UE è della partita, convinta che diversificare potrebbe risolvere i problemi geopolitici connessi al monopolio russo (ma non tutti gli stati membri sono fortemente a favore del progetto). L’Azerbaijan, che insieme alla Georgia, alla Turchia e all’Egitto (tutti alleati USA) ha firmato l’intesa praghese, l’estate scorsa (dopo la guerra in Georgia) stava valutando seriamente la proposta di Gazprom di vendere l’intera produzione di gas del paese: una decisione controversa che da una spinta decisiva al progetto. La notte del 9 Aprile una porzione del gasdotto che trasporta il gas dall’Asia Centrale alla Russia è esplosa in Turkmenistan (per cause non del tutto chiare). Le valvole verso la Russia erano ancora chiuse il 1° aprile e secondo diversi report il flusso non è ancora ripreso regolarmente. Ma l’incidente ha evidenziato la carenza di alternative per il gas Turkmeno: pochi giorni dopo l’incidente è stato firmato un accordo con la società tedesca RWE (che partecipa al consorzio Nabucco) per l’esplorazione e lo sfruttamento di una parte del Caspio Turkmeno. Se questo livello dei prezzi dovesse continuare, Gazprom potrebbe essere costretta a chiedere soldi al governo russo o al mercato per far fronte alle perdite previste nel 2009 e 2010.

Fonti:
The New York Times – Falling Gas Prices Deny Russia a Lever of Power, 18 May 2009
http://www.geotimes.ge/index.php?m=home&newsid=16549

EIA spot prices index
http://tonto.eia.doe.gov/dnav/pet/pet_pri_spt_s1_d.htm

Charter97.org, “Gazprom”: In 2009 gas price for Belarus to be equal to $240 per thousand cubic metre, 15 Dec 2009 http://www.charter97.org/en/news/2008/12/15/13090/

APA, Southern Corridor Summit Declaration signed in Prague, 8 May 2009
http://en.apa.az/news.php?id=101907

Il pericoloso mestiere del giornalista 1

PREMESSA

Purtroppo nel mondo la professione di giornalista è sempre più pericolosa. In Europa come in Asia, in Africa come in America coloro che cercano di informare oggettivamente e liberamente il pubblico sono minacciati non solo dalla mafia (come accade, ad esempio, in Italia), ma dalle stesse autorità statali.
I giornalisti, infatti, rappresentano il vero contropotere a qualsiasi deriva autoritaria; sono gli anticorpi della democrazia, il “cane da guardia” che sorveglia il governo. Ma si sa, i politici non amano i cani da guardia.

Autore: Enrico

Molti hanno dubbi sul fatto che ancora oggi nella Federazione russa, dopo l’agghiacciante sequenza di omicidi politici durante gli anni dell’URSS, questo crimine sia ancora possibile. Oggi chi finisce sotto le bastonate di ‘ignoti aggressori’, muore sotto le pallottole di imprecisati sicari o si contorce a causa di misteriosi veleni sono spesso le persone che maggiormente hanno a cuore il loro paese. Quasi sempre sono giornalisti, attivisti per i diritti umani, cittadini che chiedono giustizia o semplicemente il rispetto delle regole. Chi denuncia l’arroganza del potere viene intimidito, aggredito e ucciso. Poche le inchieste su questi omicidi, ancor meno quelle che portano in carcere i colpevoli, nessuna che metta sul banco degli imputati i mandanti. Anna Politkovskaja e i suoi colleghi della Novaja Gazeta, come molti altri, hanno denunciato i crimini commessi durante la guerra in Cecenia, le responsabilità dei vertici militari, dei giudici, dei responsabili politici, e per questo hanno pagato con la vita. Mi è stato chiesto di indicare 20 omicidi in cui siano presenti indizi a carico dell’FSB (ex-KGB). E’ un elenco incompleto, dato che dal 1994 i soli giornalisti uccisi nella Federazione sono già 46. Lo scandalo di Ryazan (uomini e vertici dell’FSB pianificarono e misero in opera un attentato contro un condominio, sventato grazie all’intervento degli abitanti) ed i sospetti intorno ad un coinvolgimento dell’FSB nella catena di attentati ad edifici civili del 1999 (che portò alla seconda guerra cecena), sono già di per sé dei macigni sulla credibilità e sulla moralità dei servizi russi. Per ragioni di spazio non posso trattare in dettaglio ciascun caso, ma cercando su internet sono disponibili dozzine di articoli e pagine che parlano di questi e molti altri casi. Forse non per tutte le vittime gli indizi che conducono alla Lubianka sono chiari e circostanziati, ma resta il fatto che c’è una responsabilità politica se omicidi del genere sono possibili e restano impuniti. Questo elenco dovrebbe servire a ricordare la loro morte e le loro vite, e a non dimenticare che i loro assassini sono ancora a piede libero.

1.
Serghej Yushenkov (1950-2003), politico di posizioni liberali, investigò sul coinvolgimento dell’FSB (tramite il loro agente provocatore Khanpash Terkibaev, ucciso mesi dopo in un incidente d’auto in Cecenia), ucciso a Mosca nell’aprile 2003, poche ore dopo aver registrato il suo partito per le elezioni parlamentari del 2003.

2.
Galina Starovoitova (1946-1998), etnologa e politica russa, uccisa nell’atrio del suo appartamento nel novembre 1998 (il suo assistente fu ferito). Vicina al presidente Eltsin si oppose alla nomina di Primakov a premier. I due assassini, membri del GRU, Yuri Kolchin and Vitali Akishin, sono stati condannati, ma i mandanti restano a piede libero.

3.
Alexander Livtinenko (1962-2006), ex-agente del KGB/FSB, autore di “Blowing up Russia: Terror from within” and “Lubyanka Criminal Group”, fiero oppositore di Putin, denunciò i coinvolgimenti dell’FSB nell’attacco al parlamento Armeno del 1999, nella catena di attentati ai palazzi in Russia del 1999, accusò l’FSB nella crisi del teatro Dubrovka (passò le informazioni alla Politkovskaja e a Yushenkov), nella gestione della crisi di Beslan, indicò rapporti sospetti dell’FSB con AlQaeda e il coinvolgimento dei servizi segreti nell’omicidio della Politkovskaja. Fu ucciso a Londra con una dose letale di polonio inserito nel sushi. L’agente dell’FSB Andrei Lugovoi è considerato il responsabile da Scotland Yard, Putin rifiuta l’estradizione, fa eleggere Lugovoi alla Duma e si oppone ad un processo in patria.

4.
Yuri Shchekochikhin (1950-2003), giornalista della Novaja Gazeta, investigò sul riciclaggio di denaro sporco dell’FSB attraverso la banca di New York e sugli affari della criminalità organizzata. Venne avvelenato nel luglio 2003 con una dose di materiale radioattivo, pochi giorni prima di testimoniare presso l’FBI riguardo alle sue indagini.

5.
Anna Politkovskaya (1958-2006), giornalista russa della Novaja Gazeta e autrice di libri tradotti in tutto il mondo, impegnata sul fronte dei diritti umani, autrice di reportage di denuncia sulla guerra in Cecenia e sulla gestione del potere di Putin. Viene freddata nel 2006 nell’ascensore del suo palazzo a Mosca.

6.
Roman Tsepov (1962-2004), businessman a San Pietroburgo e confidente di Putin durante i primi incarichi politici. Dopo l’elezione di Putin diventa una sorta di eminenza grigia del potere, sempre al confine tra legale e illegale. Ucciso nel 2004 da una dose letale di materiale radioattivo.

7.
Stanislav Markelov (1974-2009), giornalista e attivista per i diritti umani, avvocato della famiglia di Elza Kungaeva (la donna uccisa in Cecenia dal colonnello russo Yuri Budanov). Ucciso a mosca nel gennaio 2009.

8.
Anastasia Baburova (1983-2009), giornalista alla Novaja Gazeta, investigò sulle attività dei gruppi neo nazisti e fu attiva sul fronte dei diritti umani. Uccisa insieme a Markelov.

9.
Yuri Chervochkin (1984-2007), minacciato e picchiato a morte a Mosca da ‘uomini dell’UBOP’ (milizia governativa contro il crimine organizzato), secondo quanto dichiarò poche ore prima di morire. Attivista del partito d’opposizione ‘Altra Russia’.

10.
Magomed Yevloev (1971-2008), imprenditore, giornalista e attivista ingusceto, animatore del sito ingushetiya.ru, criticò il presidente ingusceto alleato del Cremlino. Ucciso con un colpo alla tempia durante il periodo di custodia dalla polizia russa. Secondo Human Rights Watch, vi sono state nel solo 2008 dozzine di arresti arbitrari, rapimenti, torture ed esecuzioni in Inguscezia.

11.
Anton Stradymov (1989-2009), attivista del partito bolscevico, ha partecipato alla marcia del dissenso di ‘Altra Russia’. È stato trovato morto con la testa fracassata a Mosca, nel gennaio 2009.

12.
Ruslan Yamadayev (1971-2008), membro dell’opposizione al leader filo-Cremlino Kadyrov, ucciso poco dopo un meeting al Cremlino con alti ufficiali governativi.

13.
Sulim Yamadayev (1973-2009), fratello di Ruslan, leader dell’opposizione a Kadyrov, ucciso a Dubai con un colpo alla nuca. Fu arrestato come esecutore un cittadino russo, che fuggì poco dopo. I giudici di Dubai accusano come mandante Adam Delimkhanov, deputato alla Duma per il partito di Putin. I giudici hanno spiccato mandati per altri 7 russi complici dell’uccisione, alcuni dei quali connessi con l’FSB.

14.
Dmitri Kolodov (1967-1994), giornalista del Moskovskiy Komsolomets, ucciso con un falso pacco contenente rivelazioni sull’indagine che stava conducendo: corruzione dei massimi vertici militari russi. Pavel Grachev, tra i capi militari russi, fu accusato di aver assoldato i killer.

15.
Mikhail Beketov (1959-2009), editore e giornalista della Khimkinskaya Pravda, picchiato a morte fuori dalla sua casa in un sobborgo di Mosca, denunciava i casi di corruzione e di malaffare nei sobborghi della capitale.

16.
Zemilkhan Yandarbiev (?-1999), ex presidente ceceno, ucciso a Dubai con il figlio 13enne con una bomba inserita nell’auto. Una fonte cecena asserisce di un coinvolgimento dell’FSB, confermato dagli indizi trovati dai giudici di Dubai.

17.
Ivan Safronov (1956-2007), giornalista del Kommersant noto per le sue inchieste sul malaffare dei vertici militari, la sua ‘caduta’ dal 5° piano dell’edificio dove abitava è stata oggetto di dibattito e di un’inchiesta (poi archiviata).

18.
Paul Khlebnikov (1963-2004), cittadino USA di origine russa, editore della versione russa di Forbes, ucciso con 9 colpi di pistola da un’auto in corsa a Mosca, probabilmente a causa delle sue inchieste sui nuovi ricchi russi.

19.
Vitaly Karaev (?-2008), sindaco di Vladikavkaz, ucciso nella sua auto con decine di colpi di pistola. Dell’uccisione è da molte fonti sospettato l’FSB.

20.
Konstantin Druzhenko (?-2007), funzionario dell’agenzia federale contro le droghe, trovato morto per ipotermia a San Pietroburgo. L’autopsia ha rivelato la presenza di veleno nel sangue, e le tracce condurrebbero ad un’azione dell’FSB.

21.
Sergei Lomako (?-2007), collega di Druzhenko, morto nelle stesse circostanze.

22.
Artyom Borovik (1960-2000), giornalista e magnate dei media, attaccò la corruzione dei leader politici russi, investigò sugli attentati del 1999 e sui genitori di Putin. Alcuni legano la sua morte (il suo aereo è precipitato uccidendo tutti i passeggeri) alle numerose minacce di morte ricevute in seguito alle sue indagini.

23.
Alexander Lebed (1950-2002), generale e politico russo, dopo essere arrivato terzo alle presidenziali del 1996, critico sulla corruzione del governo di Putin, morì in un controverso incidente d’elicottero sulle montagne di Krasnoyarsk, di cui era governatore.

24.
Antonio Russo (1960-2000), giornalista free-lance per Radio radicale, fu ucciso vicino Tbilisi con tecniche riconducibili a reparti militari, il suo appartamento svaligiato di tutti i documenti. Due giorni prima parlò alla madre di nuove prove su torture e violenze dei reparti speciali russi contro i ceceni. Si parla anche di prove dell’utilizzo di armi non convenzionali contro bambini ceceni.

25.
Yegor Gaidar (1956-), ex primo ministro russo nel 1992, ora oppositore del regime di Putin, venne trovato senza sensi nel 2006 nel suo hotel in Irlanda (dove si trovava per una conferenza). Molti pensarono ad un avvelenamento sullo stile di Livtinenko, anche se le analisi non portarono a nulla.

26.
Karina Moskalenko (?-), membro dell’opposizione e attivista per i diritti umani, ha rischiato di morire per una dose letale di mercurio inserita nella sua auto dopo un meeting a Strasburgo.

27.
Farit Khabibullin (1940-2007), candidato del partito comunista alla Duma, deceduto in seguito alle percosse in un seggio elettorale da parte della militsiya a Kazan.

28.
Umar Israilov (1982-2009), ex guardia del corpo e oppositore del presidente ceceno Kadyrov, ucciso a colpi d’arma da fuoco a Vienna nel gennaio 2009. Alcune fonti sostengono facesse parte di una lista di 300 oppositori di Kadyrov da cercare e uccidere.

29.
Victor Yushchenko (1954-) presidente Ucraino, nel settembre 2004, durante la campagna presidenziale, venne avvelenato con una dose 1000 volte superiore al normale di diossina. Dopo un trattamento a Londra, si salvò, ma risultò permanentemente sfigurato. Molti sospetti sono stati orientati verso ufficiali ucraini legati a Mosca, anche se esiste una tesi contraria all’avvelenamento.

30.
Nikolai Khokhlov (1922-2007), fu avvelenato con del tallio radioattivo nel 1957 dopo essersi rifugiato negli USA nel 1953. Sopravvisse. Documenti emersi nel 2000 additarono il 13° dipartimento del KGB come responsabile del tentato omicidio.

31.
Ivan Rybkin (1946-), ex-candidato presidenziale nel 2004, denunciò il coinvolgimento dell’FSB e di Putin negli attentati del 1999, il giorno dopo scomparve e riapparve a Kiev dopo 4 giorni. Denunciò di essere stato rapito, drogato e ricattato da agenti governativi e si ritirò dalla campagna, temendo per la sua vita.

A questi si aggiungono le altre decine di giornalisti (http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_journalists_killed_in_Russia) e attivisti che non sono menzionati, uccisi in Russia (soprattutto in Cecenia e nel Caucaso) negli ultimi anni.

FONTE: Wikipedia

DEALING WITH THE PAST PART 1

Autore: Ruggero

Dealing with the past:how the judicial approach to constitutional continuity after a regime change may affect the interpretation of the rule of law.
An overview on two Eastern Europe countries: Hungary and Czech Republic.

1. Introduction.

In every changing of political regime, a Country has to face the problem of how to deal with the former leading forces and constitutional system. Especially if the transition is conducted by peaceful means, like it mostly happened in the transition from the Communist regime to democracy in Central and Eastern Europe Countries. It was not simply possible to wipe out all the remnants of the old system legislation, that, excluding the laws and bodies incompatible with democracy, were to constitute the basis for the new state building.
One of the questions raised was whether was it better to act with some degree of continuity with the past regime, or whether it was wiser to draw a clear line between the old and the new one.
After the fell of the Soviet Union, to the former states members of the communist block succeeded new democratic states, provided with full sovereignty on their territories (with the exception of the German Democratic Republic, which joined the Federal Republic of Germany).
The new democracies appeared to be the natural heirs of the former communist states under international law. Insofar there was some material continuity between those systems, at least. But the necessity of a political discontinuity emerged, more or less strongly, everywhere in the Central and Eastern Europe Countries.
One of the most controversial issue was how to deal with those people who were leading members of the old regimes, now discarded, or who were too closely involved in the cooperation with such regimes.
This question shook the very ground of the new constitutional democratic systems, which assumed the respect of the rule of law as a fundamental principle of democracy. How to pass judgment, even only a political more then a penal one, over people for conducts that they undertook under the previous legal system?
The answer requires the raising of other questions. One of them is surely: in which degree of continuity should the new democratic regimes place themselves with the former communist legal system? (Was it wiser to take in some account the former legislation, and to keep respecting it for the past events, or was it more suitable to apply new standards to the interpretation of the old law?)

2. Main issues raised by transition

All those countries enacted legislation to cleanse their political and administrative bodies from members of the communist parties or organizations, and from people who had been informers of the secret police forces (the so called “lustration” laws). But radical differences emerged for what regards the extent of people involved in the operation, and the effects of the operation itself.
The devices adopted in these cleansing were quasi-judicial or not judicial at all. There was no space for trials held under criminal law, as the behaviors that was subject to scrutiny were not illegal under the law in force at the the time of acting, and it was not possible to render them illegal by means of new legislation, as it would have been a violation of the principle of irretroactivity of the law.
A second issue was the suspension of the statute of limitation for the crimes that were not prosecuted, during the communist regime, due to the political lack of will to prosecute them, and for which the criminal liability terms were already expired. Provisions to re-established the liability for such crimes were enacted too, but in some cases were struck down by the Constitutional Courts.
In this matter the problem was whether prosecuting people for acts that the old law considered illegal, such murder or torture of political opponents, but for which the liability should have already expired, according to the terms provided in that law. The core of the question was if prosecuting these crimes was against the retroactivity of criminal law, a fundamental principle under a democratic state run by the rule of law.
Considering how the former legal system and the new one are bound, or not bound, by a constitutional continuity deeply affects the sort of answers given to such problems.
It is not a binary choice, that of continuity or discontinuity at all, and especially it is not possible to make such choice in abstracto.
Every country that had to undergo in such questions presented different circumstances, that makes it difficult to provide a single, absolutely right, answer. It is possible, however, to examine the concrete solutions applied in a country, and to make some consideration about how the issue of continuity affected these solutions, or how it has been used to shape them.
Two countries may be best representative for this purpose: Czechoslovakia (and Czech Republic afterwards) and Hungary.
These two countries presented different circumstances in the transition, anyway. And such differences surely were not irrelevant in shaping the way in which each of Czechoslovakia and Hungary faced the problems related with the transition. The former had known a severe communist regime, where the political opposition suffered major limitations and violences. The transition itself was quiet rough, then, and it witnessed a rather strong, even if not violent, conflict between the opponents of the old regime who gained the power and the old dominant forces who tried to resist them.
In Hungary the Communism showed somehow a more benevolent face towards opponents, and the transition was developed with the collaboration of the democratic forces and of the old establishment, which managed to keep an active role in the building of the new institutions.

Czechoslovakia is considered to have adopted a harsh model of “lustration”, for the extent of position held under the Communist regime that triggered the mechanism of cleansing, and for the effects of that mechanism, which resulted in the banishment or in the removal from a vast range of public offices and professions for a period of five years. This provision was originally drafted to last for five years. Its validity should have expired in 1996, as it was enacted on the 4th of October of 1991. But subsequent amendments extended that period, up to the 2000 first, and indefinitely later.
In 1993, after the separation from the Slovak Republic, the Czech Republic promulgated a law that constitutes an unicum in the landscape of post communist countries: the “Law on the Lawlessness of the Communist Regime and Resistance to It”. It is the only example of a statute declaring the illegality of regime, and claiming the joint responsibility of all the people who supported it for the crimes that were committed by it. This statute also provided for the suspension of the statute of limitation for criminal offences that took places under the Communist state and were not prosecuted for political reasons.
Hungary adopted in 1996 a more lenient “lustration” law, under the profile of the process of inquiring the suspects, and especially under the effects of the inquiry: who belonged to, or had been an active informer of the old regime security police, was asked to decide whether to resign from his or her position, or to have the informations about him or her revealed to the public.
The Hungarian Parliament also drafted a law (the so called Zeteny-Takacs act of 1991) that lifted the expiration of the limitation periods for the crimes of treason and manslaughter occurred between 1944 and 1990, if they were not prosecuted due to political reasons. But the act was declared unconstitutional by the Constitutional Courts, to which the President had sent the statute after refusing to sign it.
In 1993 new acts were passed by the Parliament, in order to restore the liability for crimes happened under the old regime, and not prosecuted. One of them explicitly stated that the periods of limitation during the years from 1944 to 1989 should have not been counted as validly run. But both of them were equally struck down by the Constitutional Court.
Finally an other statute was created to declare that the events happened during the 1956 Revolution were to be considered as war crimes and crimes against humanity. These were crimes under international law, and therefore did not have a limitation period. So they were still submittable to judgment by trial. This law was partially upheld as constitutional.

GEorgia

Autore: Enrico

Non c’è pace per la Georgia. Dopo le oceaniche manifestazioni di dissenso alle politiche di Saakhasvili iniziate il 4 Maggio con Rustaveli (la via principale di Tbilisi) ricolma di partecipanti, ora il leader del piccolo paese caucasico si trova alle prese con una grave insubordinazione dell’esercito. Indipendentemente dalle dimensioni dell’incidente (pare che i comandanti della base di Mukhrovani si siano ammutinati), questo è il segnale di un progressivo deterioramento della posizione di Saakashvili. L’esercito, da lui coperto di attenzioni fino alla disastrosa guerra contro le repubbliche ribelli di Abkhazia e Sud ossezia nell’agosto 2008, ora pare voltargli le spalle. D’altronde, la fiducia in una guerra lampo di Saakhasvili si è infranta con la pronta reazione del Cremlino, che probabilmente era già informato e aveva ammassato truppe da settimane al confine con la Sud Ossezia. La risposta decisa di Putin, la distruzione dell’apparato bellico georgiano, la ritirata che ha colpito il morale degli orgogliosi georgiani e le conseguenze politiche dell’intervento (la perdita de-facto delle due repubbliche) hanno fatto sì che la popolarità di Saakashvili scendesse di molto, vanificando l’apertura della società decretata dalla rivoluzione delle Rose, che aveva portato al potere questo giovane leader cresciuto in America con un’olandese come moglie. Senza dubbio la situazione in Georgia è molto migliorata dagli anni di Gamskhurdia e della guerra civile, e pure rispetto al clima cupo e al regime di Shevarnadze la Georgia ha fatto molti passi avanti: ci sono strade nuove, un certo impegno nella lotta alla corruzione, e una nuova classe di borghesi (specie a Tbilisi). Ma nel complesso il paese è ancora molto povero, e l’ondata di profughi dalle due regioni separatiste potrebbe aggravare le tensioni sociali. L’ex presidente del parlamento, la determinata Nino Burjanadze, forte di un grande consenso popolare, chiede le dimissioni di Saakhasvili (minacciando il blocco del paese) e nuove elezioni, ma il presidente non cede. Con la sua linea di completa chiusura nei confronti della Russia, e con la decisione di legarsi strettamente alla Casa Bianca, Saakhasvili non è popolare perchè il paese sembra non aver tratto grande beneficio da queste politiche. Inoltre dopo la guerra i rimpasti si sono susseguiti con cadenza quasi mensile, è cambiato un primo ministro e molti ufficiali militari e governativi sono stati licenziati dal presidente. Molti hanno intravisto in Saakashvili i segni di una deriva paranoica: sembra che il presidente sia terrorizzato dai complotti del Cremlino per ucciderlo o rovesciarlo violentemente, il che non aiuta la gestione di un paese con mille altri problemi. Certo la paura di Saakhasvili è supportata da decine di omicidi politici (basti pensare a Livtinenko) che hanno reso il FSB campione della specialità. Alla vigilia di importanti esercitazioni della Nato nel paese (che dureranno un mese), definite da Mosca ‘una flessione di muscoli’, alcuni reparti si rifiutano di obbedire ai comandi, e Saakashvili accusa: ‘sono stati pagati da Mosca per attuare un colpo di stato con l’intento di uccidermi’, mentre il governo russo risponde definendo le teorie di Tbilisi come ‘il delirio e l’agonia del regime di Saakashivili’. Le esercitazioni sono da alcuni viste anche come una indiretta minaccia all’Iran, poichè dalla georgia potrebbe partire un attacco alle infrastrutture nucleari di Tehran. Senza dubbio la Russia ha molte colpe nelle continue ingerenze e provocazioni in Georgia. La responsabilità dell’occupazione di Gori e la distruzione di infrastrutture chiave in territorio Georgiano ad ostilità finite definiscono le colpe originarie del clan di Putin, e sono un indizio della determinazione della Russia a restare egemone nell’area. Il ruolo degli USA è però cruciale: il sostegno ai falchi del regime di Saakashvili, ed il ruolo chiave attribuito dai veritici militari alla Georgia (uso delle basi, appoggio e addestramento, aiuti all’economia), sono a rischio, e al Pentagono dimenticano -come spesso accade- che l’appoggio per il presidente non è una costante. L’ingerenza USA, al pari di quella russa, è percepita e giudicata da un popolo fiero come quello Georgiano, la paranoia e l’aggravarsi delle restrizioni democratiche sono visibili, e lo stallo politico insieme alla mancanza di chiari obiettivi sono punti d’accusa a cui il regime di Saakashvili non può sottrarsi. E in una democrazia, questo potrebbe risultare un problema sia per il giovane presidente sia per i suoi amici al Dipartimento di Stato. Obama dovrebbe dedicare uno dei suoi briefing alla situazione nel Caucaso per non veder crollare il regime di Saakashvili per il malcontento popolare, con l’effetto di mettere in mano a Mosca la gestione del Caucaso. Con grossi cambiamenti in vista (per diverse ragioni) in Azerbaijan e Armenia, il Caucaso non è mai stato così fluido. Se dovessi scommettere un euro su nuovi sviluppi a breve nel Caucaso, sarebbe su Tbilisi che punterei con sicurezza.

fonti:
repubblica.it, Georgia, soldati ammutinati “Pagati da Mosca contro la Nato”, 5 maggio
corriere.it, La Georgia accusa la Russia: «Sventato golpe ordito da Mosca», 5 maggio
http://www.globalvoicesonline.org – Georgia
http://www.messenger.com.ge
http://www.itar-tass.com/eng/
en.rian.ru/

DANZE MOLDAVE

Autore: Enrico

Le elezioni parlamentari del 5 aprile sono state per la Moldavia le più contestate dalla sua nascita dalle ceneri dell’Unione Sovietica, nel 1991. Il presidente comunista Vladimir Voronin, in carica dal 2001, si prefigge di risollevare l’economia del paese più povero d’Europa (il salario medio mensile è inferiore ai 90€), di risolvere l’annoso conflitto in Transistria e di mantenere buoni rapporti con l’UE e la Russia. Impresa difficile, per un paese prigioniero del suo passato. I maggiori impianti industriali sono nella striscia tra Dnestr e Ucraina, controllata dalle milizie del presidente autoproclamato Igor Smirnoff. Smirnoff, che controlla l’economia della regione con la sua impresa Sheriff beneficia del fatto che la presenza di 1400 soldati russi eredità della presenza sovietica, e del fatto di essere un alleato strategico della Russia in seno ad un paese al confine con l’UE. Dopo la diffusione dei risultati elettorali (oltre il 50% per la riconferma del partito comunista), il partito liberale ha manifestato in piazza a Chisinau (incendiando alcuni locali del Parlamento, con un morto), e ha scatenato la repressione delle autorità (200 arresti tra gli oppositori). L’opposizione protestava per i brogli (poi in parte verificati dall’OSCE), e chiedeva l’ingresso nell’UE tramite l’unione alla Romania. Che la leadership di Voronin non sia esente da critiche su democraticità e corruzione è opinione di molti anche fuori dalla Moldavia, ma ovviamente la questione è più complessa. I nazionalisti Romeni gongolano, e il braccio di ferro sui passaporti che Bucarest vorrebbe dare ai Moldavi di etnia romena (più di 1 milione) è ancora lungi dal venire chiuso, fomentando la rabbia di chi a Bruxelles vuole evitare una nuova ondata di poveri con un passaporto UE. Oltretutto lo schema di dare passaporti a cittadini di uno stato estero è stato lo stesso usato dal Cremlino in Sud Ossezia, fornendo a Putin un alibi per proteggere i suoi ‘cittadini’ in Georgia. Voronin ha subito accusato Bucarest di complotto, e l’Ucraina ha concesso l’estradizione per 2 sospetti complottisti moldavi rifugiati ad Odessa. Il riconteggio dei voti, ordinato da Voronin, ha però confermato i risultati delle elezioni, e la piazza di Chisinau è ormai vuota da giorni. Ma è Voronin che ora spinge per l’ingresso nell’UE: sa che la pressione interna è forte e gli USA sarebbero favorevoli ad allontanare il paese da Mosca (non a caso la rivolta è stata definita da Medvedev ‘mostruosa’). Senza risolvere le questioni territoriali, Chisinau è dipendente dalle forniture di elettricità di Romania e Transistria e dalle rimesse di chi lavora in Europa. Ovviamente però l’unione alla Romania sarebbe molto più difficile da ottenere (e non è negli interessi di Voronin), sia per le pressioni dell’UE, sia per il rischio di irritare il Cremlino. Oltre tutto, senza la soluzione della questione della Transistria ogni sviluppo politico nella zona è fuori discussione. Voronin e Smirnoff non hanno fatto che scambiarsi accuse anche sul tavolo 5+2 del 2008 con Russia, Ucraina, OSCE, UE e USA, tavolo che doveva portare alla soluzione della questione, e nessuno dei due è disposto a cedere il suo potere, in particolare Smirnoff, che ha dalla sua il discreto sostegno di Mosca. D’altra parte la Moldavia è ben lungi dal soddisfare gli standard Europei sia dal punto di vista legislativo, sia dal punto di vista democratico. Le pedine che si muovono tra Chisinau, Mosca, Bucarest e Bruxelles saranno un buon test per capire chi comanda davvero sul confine a est dell’Unione Europea.

Qualche riferimento:
AP, Moldova Starts Recount as OSCE Sees Abuses, 17 Apr
AP, Moldova wants to become EU member soon, 25 Apr
Ria Novosti, Russian president calls riots in Moldova ‘monstrous’ , 17 Apr
Austrian Times, Pledge on EU passports remains as million Moldovans to head to UK, 23 Apr
VOA News, Is Election Crisis in Moldova Part of a Pattern in Post-Soviet Republics?, 24 Apr