Monthly Archives: May 2010

IL PLATINO SUDAFRICANO FA GOLA ALLA CINA

Post tratto dal blog “http://storiasudafrica.wordpress.com

La Repubblica Popolare Cinese, sempre affamata di materie prime per le sue industrie, investirà quasi un miliardo di dollari nell’industria del platino sudafricana. Com’è noto, con le sue 170mila tonnellate annue di platino il Sudafrica è di gran lunga il primo produttore mondiale del pregiatissimo metallo, che non serve solo ai gioiellieri di mezzo mondo ma anche alle industrie chimiche ed elettroniche.

Grazie all’accordo stipulato tra la compagnia mineraria statale Jinchuan, la China Development Bank e la sudafricana Wesizwe Pechino potrà contare, per la prima volta nella storia, su un accesso diretto alla produzione di platino del Sudafrica. In realtà i cinesi non sono i soli a muoversi in questa direzione: recentemente la kazaca ENRC ha acquistato il 12% delle azioni della Northam Platinum, altra produttrice di platino sudafricana.

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INDONESIA, POTENZA DEL FUTURO ?

Con i suoi 243 milioni di abitanti (CIA) l’Indonesia non è solo il Paese musulmano più popoloso del mondo (il Pakistan, secondo, ha circa 177 milioni di abitanti), ma una potenza economica in divenire. Attualmente il PIL indonesiano supera il mezzo trilione di dollari, trecento miliardi in meno dei Paesi Bassi, che colonizzarono l’arcipelago nel Diciassettesimo Secolo. A parità di potere d’acquisto, tuttavia, l’economia indonesiana sfiora il trilione di dollari, superando Paesi di più antica industrializzazione come la Turchia, l’Australia, la Polonia o gli stessi Paesi Bassi.

L’economia indonesiana sta vivendo un vero e proprio boom. Parte del merito va anche al suo attuale presidente, il generale Susilo Bambang Yudhoyono. Nato a Pacitan (nella parte orientale di Giava) il 9 settembre 1949, lo stesso anno in cui i Paesi Bassi riconobbero ufficialmente l’indipen-denza, SBY è visto da gran parte dei suoi concittadini come un politico serio e onesto, distante anni-luce da Suharto, sanguinario padre-padrone dell’arcipelago dal 1967 al 1998. Nel 2004 ha trionfalmente vinto le presidenziali promettendo un’Indonesia più giusta, pacifica, prospera e soprattutto democratica; nel 2009 è stato riconfermato a fu-ror di popolo.
SBY, “il generale pensante”, gode della stima dei suoi concittadini perché è un nemico giurato della corruzione, della collusione e del nepotismo (KKN), i tre mali che storicamente affliggono l’Indonesia, impedendo al gigante del Sudest di decollare. Inoltre grazie al suo passato nell’esercito SBY sa tenere sotto controllo le forze armate, per decenni il pilastro della dittatura suhartiana.

Negli ultimi cinque, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, il suo tasso di crescita annuale non è mai sceso sotto il 4,5%, e quest’anno dovrebbe addirittura superare il 6%. A trascinare il PIL sono i consumi interni, il vero motore dell’economia indonesiana, che ha continuato a tirare anche nel bel mezzo della recessione globale (risultati analoghi possono essere vantati, nel G20, solo dall’India e dalla Cina, le due superpotenze asiatiche). Sempre più indonesiani stanno comprando una casa o un mezzo di trasporto: non a caso le vendite di auto e cemento a maggio hanno toccato un nuovo, significativo picco. Il governo, da parte sua, preme sul pedale della crescita varando nuovi, imponenti piani infrastrutturali, che oltre a modernizzare l’arcipelago creano occupazione e fanno la gioia degli imprenditori locali. Jakarta ha beneficiato, nell’ultimo decennio, del rincaro delle materie prime, che costituis-cono la prima voce dell’export indone-siano. Principali clienti sono il Giappone, gli USA, Singapore, la Corea del Sud, la Cina e l’Australia, ma anche l’Italia: basti pensare che la gran parte della carta usata dagli editori italiani proviene proprio da foreste indone-siane.
E la Bursa Efek Indonesia, negli ultimi tempi, ha brillato, confermandosi come una delle più promettenti piazze finanziarie del mondo (anche se sono in molti a denunciare la sovracapitalizzazione delle società quotate, e l’assai concreto pericolo di una bolla speculativa).

Ormai sono numerosi gli economisti e i politologi che vedono nell’Indonesia una delle prin-cipali potenze economiche del futuro, grazie anche alla sua posizione geografica ottimale: a nord ci sono le potenze industriali asiatiche per antonomasia (Cina, Giappone, Sud Corea e Taiwan), a ovest c’è l’India, a sud l’Australia, a est (molto a est) la West Coast statunitense. Democratica quanto l’India, più popolosa del Pakistan e ricca di materie prime come il Brasile, l’Indonesia attira già ora capitali da tutto il mondo, soprattutto delle petromonarchie arabe, che vedono nell’Indonesia un Paese affine (sul piano religioso) dalle immense poten-zialità (sul piano economico).

Naturalmente l’Indonesia ha molte sfide da dover affrontare e superare. Una di queste è il terrorismo islamico, che ha più volte ha colpito l’arcipelago, a cominciare da Bali, isola a maggioranza induista nonchè mecca dei turisti occidentali. Un’altra sfida, ancora più importante, è quella della disegua-glianza: a parità di potere d’acquisto il PIL pro capite indonesiano è inferiore a quello dello Swaziland o dell’Honduras (CIA), e troppi cittadini vivono in condizioni a dir poco terrificanti, che a loro volta alimentano la frustrazione e il fanatismo religioso (non bisogna dimenticare che oltre il 28% della popolazione indonesiana ha meno di 15 anni, una percentuale simile a quella iraniana).
La cattiva politica rappresenta un’altra grande minaccia al benessere indonesiano. Di recente forti (e ingiuste) pressioni politiche hanno costretto Sri Mulyani Indrawati, abile ministro delle finanze, a dimettersi e accettare un incarico alla Banca Mondiale. SBY l’ha p sostituita con un banchiere di fama internazionale, Rakyat Merdeka, un brillante tecnico che ha promesso di combattere la corruzione e l’evasione fiscale con lo stesso impegno di Indrawati.

fonti: CIA, IMF, Newsweek, Tempo, IDX, Presiden Republik Indonesia, TIME, LAT, NYT, Reuters, FAO, WB, IMF