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L’Iran e la bomba, gerovital dei dittatori

Tratto da Aprileonline.info

Geopolitica Forse la leadership iraniana vuole davvero la bomba atomica. Il suo obiettivo però non è distruggere lo stato ebraico, ma preservare il loro dominio cleptocratico

Il 6 novembre il quotidiano britannico “Daily Mail” ha pubblicato un articolo dal titolo clamoroso: “L’Iran ‘potrebbe aver già collaudato testate nucleari avanzate’ “.
Forse Teheran vuole davvero la bomba atomica. Ma non per distruggere lo Stato di Israele, a dispetto dei farneticanti discorsi del presidente Ahmadinejad (che in mancanza di argomenti migliori eccita il suo rozzo elettorato con una bieca propaganda antisionista e negazionista). Teheran vuole la bomba atomica perché è un’assicurazione sulla vita.
Lo stesso Robert Gates, attuale segretario alla difesa statunitense, lo ha riconosciuto: “[gli iraniani] sono circondati da potenze con armi nucleari: il Pakistan a est, i russi a nord, gli israeliani a ovest e noi nel Golfo Persico”.
I leader iraniani sono terrorizzati, anche se non lo danno a vedere. Si ricordano benissimo che nel 2003, mentre al potere c’era il presidente riformista Khatami, gli americani hanno invaso l’Iraq con la scusa menzognera delle “armi di distruzione di massa” (WMD). E si ricordano anche che nei mesi precedenti all’invasione i neocon amavano dire a Bush che “chi ha davvero cojones non va a Baghdad, va a Teheran”. Inoltre sanno benissimo che forze di terra americane sono presenti in Iraq e soprattutto in Afghanistan (due paesi confinanti con l’Iran), e che Washington ha basi e strutture d’appoggio in Turchia, nel Golfo Persico e nell’Asia centrale.

Chiunque abbia mai giocato a Risiko o a un qualsiasi altro gioco di strategia sa che quando il tuo avversario circonda la tua provincia con tanti piccoli carri-armati verdi è il caso di iniziare a preoccuparsi.

I leader iraniani forse non hanno mai giocato a Risiko, ma senza dubbio sono molto preoccupati. Sanno che il popolo iraniano è stufo delle loro continue ruberie, della corruzione diffusa, dell’economia che non funziona. Le rivolte scatenate dalla contestata vittoria elettorale di Ahmadinejad a giugno hanno dimostrato quanto sia fragile il regime, che infatti vorrebbe spostare la capitale: non più Teheran, con i suoi coraggiosi giovani telefonino-muniti e la sua plebe indocile, ma una roccaforte blindata da qualche parte tra Qom e Delijan. Birmania docet: meglio Naypyidaw che Rangoon, meglio un imperscrutabile “gated community” governativa di una metropoli vivace e ribelle.

Ormai la teocrazia iraniana è una cleptocrazia conclamata in salsa nazional-religiosa: Rafsanjani, capo del Consiglio per il discernimento e presidente dell’Assemblea degli Esperti, è l’uomo più facoltoso dell’Iran; il generale Nurali Shushtari, ucciso nella recentissima “strage dei pasdaran” a Zahedan, era non solo un uomo di punta delle Guardie della Rivoluzione, ma un imprenditore ricco e potente; e persino la Guida Suprema Khamenei, ammalata di cancro, briga per lasciare il posto al suo secondogenito Mojtaba, che si è particolarmente distinto nella repressione delle rivolte.

I leader iraniani conoscono la storia patria, soprattutto il colpo di stato organizzato dalla CIA contro Mossadeq. E sono consapevoli che una grande rivolta popolare, sostenuta dalle intelligence angloamericane e dai media internazionali, potrebbe trascinarli per sempre nella polvere. Perderebbero tutto, i soldi e le donne come i privilegi e le immunità.

Conoscono il destino degli sconfitti: Saddam Hussein alla fine è stato processato e giustiziato; ma se avesse davvero avuto le famigerate WMD, probabilmente sarebbe ancora in uno dei suoi palazzoni kitsch, a ingozzarsi di hamburger e patatine fritte (il suo cibo preferito) e a ordinare omicidi.

In fondo Kim-Jong-il può governare indisturbato la Corea del Nord solo perché possiede qualche bomba atomica. E in Pakistan l’esercito è intoccabile perché controlla i silos nucleari.

La verità è che l’arma atomica è il Gerovital dei dittatori. Neanche il più guerrafondaio dei presidenti ordinerebbe di invadere l’Iran se le Guardie della Rivoluzione avessero qualche testata nucleare. Né si sognerebbe di sostenere una rivolta popolare, sapendo che un Iran nel caos vorrebbe dire un arsenale nucleare senza padrone, perdipiù in Medio Oriente.

In poche parole, forse l’Iran vuole davvero la bomba atomica, ma ciò non ha nulla a che fare con la distruzione di Israele. A Teheran sanno che lanciare una testata nucleare contro la periferia di Tel Aviv provocherebbe, come rappresaglia, la disintegrazione immediata dei maggiori centri urbani iraniani. Ma i leader iraniani non vogliono il martirio, quello lo lasciano volentieri ai kamikaze sunniti. Quello che vogliono è potere, sesso e denaro. Strano?

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AGGIORNAMENTI IN DIRETTA DA TEHERAN

fonte: Enrico

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Aggiornamenti hour-by-hour sulla situzione a Tehran
Grazie
EL

LIBERA STAMPA IN LIBERO (?) STATO

Autore: Enrico

Sembrava aver riaperto il quotidiano riformista ‘Yas No’, dopo 6 anni dalla sua prima chiusura, dovuta ad un articolo della minoranza parlamentare riformista in cui si criticava la posizione della Guida Suprema Ayatollah Khamenei riguardo alla non ammissione di molti candidati riformisti alle elezioni 2004. Ma non è durato nemmeno 2 giorni il sogno di Mohammad Naimipur, di sostenere il candidato riformista Mir-Hossein Mousavi attraverso le colonne del suo giornale. Il procuratore di Tehran Saeed Mortazavi, soprannominato il ‘macellaio della stampa’ ne ha ordinato la chiusura dopo un solo numero, colpendo duramente il campo riformista che ha visto decimati i suoi giornali a partire dal 1990 dallo stesso Mortazavi e che ha difficile accesso alle Tv, che in Iran sono tutte statali. I giornalisti, che si aspettavano prima o poi la chiusura, sono sorpresi della tempestività del provvedimento: forse -dicono- non è piaciuto l’articolo di apertura, intitolato ‘Khatami-Mousavi per l’Iran’. Mousavi sembra essere il principale avversario del presidente Mahmoud Ahmadinejad nelle elezioni del 12 Giugno. Molti osservatori stanno vedendo le avvisaglie di un irrigidimento dei conservatori per paura che in seguito all’elezione di un riformista cambi la struttura del potere in Iran. I riformisti che fanno capo a Khatami e all’ex premier Mousavi non hanno al momento alcuna pubblicazione permessa nelle edicole, al contrario dei conservatori che ne possono vantare decine. Alcuni rapporti parlano del lancio entro pochi giorni da parte dello stesso Mousavi di un suo giornale, ‘Kalameh Sabz’ (Mondo verde). Intanto il 17 maggio il ministro della Cultura ha esortato la stampa a promuovere l’attenzione e la mobilitazione sulle elezioni, ma ‘a fare attenzione a non rompere il orientamenti etici e culturali della società quando riportano notizie concernenti le elezioni’. Un criptico messaggio che potrebbe essere un avvertimento a chi tra i riformisti spera in una corsa priva di ostacoli.

Fonti

Eurasianet.org, Iranian reformist daily banned one day after relaunch, 17 May 2009
http://www.eurasianet.org/departments/insight/articles/pp051709.shtml